L’isola dei morti

L’isola di ghiaia divide il letto dell’Isonzo in due parti uguali appena sopra il ponte di Sagrado e la diga che raccoglie l’acqua del fiume per indirizzarla nel canale de’ Dottori. Mi ricorda gli isolotti che da bambino esploravo sull’Adige, dopo le piene, per cercarvi i tesori abbandonati dall’acqua quando la furia si calmava: bottiglie piene a metà di sabbia scura, sedie spagliate, un cappello di feltro quasi nuovo, pugni di penne e fango che dovevano essere stati pulcini. Su quegli isolotti, ho conosciuto anche la morte: si approssimava con l’odore aspro della decomposizione e il ronzio dei mosconi blu. Erano cani e gatti, una volta un maiale; povere spoglie abbandonate nel fango, stravolte nelle fattezze e gonfie di gas. Ci si andava d’estate a fare il bagno nell’acqua bassa fuori dalla corrente, nonostante gli imperiosi divieti di mamma, e a lanciare i sassi piatti per contare i rimbalzi. Ci si andava anche a giocare alla guerra con gran vocio e sassi lanciati contro il nemico invisibile.

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San Martino del Carso

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San Martino del Carso è un paese a spaglio nella sella fra il Monte San Michele e il Bosco Cappuccio, sul ciglione del Carso isontino. Fu luogo tormentato e di tormenti per italiani e ungheresi lungo tutte le prime sei battaglie dell’Isonzo e alla fine, come scrisse Ungaretti, di quelle case non rimase che “qualche brandello di muro”, oggi dissimulato nelle nuove costruzioni, cresciute nel tempo e soprattutto negli ultimi anni. Belle case, circondate di orti rigogliosi. Sono rimasti anche alcuni gelsi, resistiti, dispettosi, agli strazi e ai tormenti di bombe e fucilate. Sono alberi imponenti che incutono rispetto e uno di essi abbellisce il cortile della trattoria “al Poeta”. Al tempo della mia visita è un garbuglio di stecchi, esplosi intorno ad un corpaccio tozzo e gibboso, ma mi giurano che d’estate si veste di una chioma verde e fluente sotto la quale trovano posto quasi tutti i tavoli della trattoria.

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Monfalcone

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Dall’autostrada sull’altro versante della valle delle Mucille, sotto il Monte Cosich e il Debeli Vrh, giunge il sommesso fruscio del traffico domenicale. Si distingue appena dal fischio che il vento freddo dell’est intona tra i rami secchi. Un mountain biker, vestito di colori accesi, mi sfreccia vicino nella sua corsa lungo i sentieri delle alture di Monfalcone. Breve rotolare di sassi, ansito pesante dello sforzo e poi solo il vento e il borbottio lontano delle automobili. Silenzio, se vogliamo. Quello che da fine maggio del 1915 a ottobre del ’17 fu interrotto senza tregua dagli ululati e dagli scoppi dei proietti di artiglieria, dal crepitare delle mitragliatrici, dalle urla, dalle invettive e dai lamenti dei soldati che si combattevano. Vicini, vicinissimi o lontani, ovattati, verso il San Michele o l’Hermada.

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Nella Bucovina fra boschi e monasteri

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«La Bucovina è la regione della Romania che ha le spalle addossate al muro dei Carpazi e la faccia volta ad est, sull’immenso Bassopiano Sarmatico che giunge agli Urali. È sostanzialmente una grande valle nella quale imperversano i venti di Buran, freddi e violenti, e qualsiasi altra cosa si muova verso ovest, provenendo da est e da nord.
Quando l’Impero Romano richiamò le sue legioni nel 271 dopo Cristo, popoli barbari si susseguirono uno all’altro nella Bucovina, come onde sulla spiaggia, portando ogni volta devastazione e rovine. Da nord, per primi arrivarono i Gepidi, poi gli Unni che li sottomisero e furono a loro volta sconfitti nella battaglia del fiume Nedao…

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Aici Eu Mă Odihnesc (Qui riposo io)

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Al tavolo vicino, quattro ragazzotti stravaccati sulle sedie, gli occhi un tantino acquosi. Forse è la birra che continuano a sorseggiare, fra una sigaretta e l’altra. Parlano sottovoce, con lunghe pause di silenzio, e ci guardano di sottecchi, pronti a girare lo sguardo appena rischia di incrociare il nostro. Sulla strada davanti alla tavola calda, i torpedoni scaricano turisti per la visita di ordinanza al “cimitero allegro” di Săpânța, due passi dal confine ucraino.
Noi siamo arrivati presto e abbiamo atteso che il cancello venisse aperto, voltando le pagine dell’ottimo libro di Bruno Mazzoni che ha tradotto gran parte delle iscrizioni parlanti del cimitero. Consiglio il libro a chiunque voglia visitare il cimitero, anche se è difficile da trovare. Senza di esso, dopo un po’ le grandi croci tombali, intagliate con motivi geometrici e floreali e dipinte a colori vivaci, scorrono via come quadri di una mostra.

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