L’isola dei morti

L’isola di ghiaia divide il letto dell’Isonzo in due parti uguali appena sopra il ponte di Sagrado e la diga che raccoglie l’acqua del fiume per indirizzarla nel canale de’ Dottori. Mi ricorda gli isolotti che da bambino esploravo sull’Adige, dopo le piene, per cercarvi i tesori abbandonati dall’acqua quando la furia si calmava: bottiglie piene a metà di sabbia scura, sedie spagliate, un cappello di feltro quasi nuovo, pugni di penne e fango che dovevano essere stati pulcini. Su quegli isolotti, ho conosciuto anche la morte: si approssimava con l’odore aspro della decomposizione e il ronzio dei mosconi blu. Erano cani e gatti, una volta un maiale; povere spoglie abbandonate nel fango, stravolte nelle fattezze e gonfie di gas. Ci si andava d’estate a fare il bagno nell’acqua bassa fuori dalla corrente, nonostante gli imperiosi divieti di mamma, e a lanciare i sassi piatti per contare i rimbalzi. Ci si andava anche a giocare alla guerra con gran vocio e sassi lanciati contro il nemico invisibile.

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