Fuga sul Kenya

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1943. Felice Benuzzi è prigioniero in un campo di concentramento inglese in Kenia. Avverte la prigionia come uno stato di abiezione in cui lo “spirito si intorpidisce e malgrado la comunione di vita ciascuno si sente isolato dai compagni”.
Una mattina le nubi che avevano avvolto il Monte Kenya si alzano ed eccolo lì: “argenteo, circonfuso di nubi, tagliente, aguzzo, intarsiato di ghiacci che scintillano azzurrini”. Decide che evaderà dal campo per salirlo e ritornerà poi alla prigionia perché è impossibile raggiungere il Mozambico, paese neutrale. Benuzzi ha esperienza alpinistica e prende la decisione per compiere un atto che dia senso alla sua vita umiliata dal campo di concentramento.
“Occorreva che liberassi quello che era represso in me; che convogliassi tutto quello che era disperso in un’unica corrente per fondere in essa tutto quello che sapevo, che ero, che avevo capacità di fare.”
Cerca due compagni che lo accompagnino e li trova in Giovanni Balletto e Vincenzo Bassotti, il primo anch’egli alpinista e il secondo completamente digiuno di montagna.
Il libro racconta con stile avvincente la preparazione creativa e fortunosa della “spedizione”, dei materiali, del vestiario e delle provviste per l’impresa. Per documentarsi sul percorso, in mancanza di meglio i tre utilizzano un’immagine della montagna riprodotta sull’etichetta di una scatola di carne. Seguono il racconto della fuga, delle avventure sulla montagna, compreso l’incontro con un leopardo nella lunga marcia di avvicinamento, e il ritorno clandestino nel campo perché sia evidente che è un atto autonomo e non l’esito della cattura. La descrizione degli ambienti che attraversano, dei timori e delle esaltazioni che essi vivono, sono vivaci e leggere, senza tuttavia nascondere lo sforzo e le difficoltà. Gli acquarelli che Benuzzi tratteggia durante le pause, riprodotti a colori nel libro, donano ulteriore concretezza al racconto.
La meta è Cima Batian, la vetta più alta del massiccio, ma Felice e Giovanni dovranno tornare indietro, vinti dalla montagna. L’hanno avvicinata da un versante particolarmente aspro; sono sfiniti e denutriti e il materiale alpinistico è insufficiente. Ripiegano così sul Monte Lenana, cima poco più bassa e alpinisticamente facile. Ecco come Benuzzi racconta l’arrivo in vetta.
“Ci sedemmo sui sassi della vetta, al sole, assaporando la nostra vittoria. Era certamente una vittoria sulla quotidianità inerte della prigionia, sulla passività, su presente schiacciante e immutabile che incombeva su di noi da due anni. Otto mesi di preparazione, tredici giorni di fatiche tra cui la sconfitta sul Batian. Già! Se c’era un «ma» che inquinava la purezza della nostra gioia, se c’era un motivo per cui potevamo parlare sì di vittoria, vittorietta, vittoriuccia, ma non di Vittoria con la V maiuscola, era che ci ritrovavamo in vetta al Lenana e non a quel Batian che stava lì dirimpetto, di circa 250 metri più alto.
[…]
Feci qualche passo indietro per controllare se l’asta fosse a piombo. Lo era. E mentre guardavo, un brivido mi corse per la schiena come se avvenisse qualcosa di soprannaturale: si levò da sud una brezza e il drappo, che già pendeva inerte, fremette, prese vita. Ecco, un lembo si solleva… la brezza diventa vento… il sangue mi martella nelle tempie… con un crescendo musicale il vento delle altezze aumenta d’intensità… ecco, ecco il rosso si spiega… il bianco… il verde; un attimo e il bianco rosso verde si distende, si gonfia, sbatte, garrisce, schiocca, libero, libero, libero! E sventola in direzione nord, verso il campo dove fummo prigionieri, verso l’Italia.
Il tricolore d’Italia che sventola, libero nell’azzurro, un tricolore d’Italia finalmente, dopo tante, tante bandiere bianche…”
Già, perché si erano portati una bandiera italiana, naturalmente cucita nel campo, che sventolerà per sei giorni sulla cima prima di essere avvistata da un gruppo di escursionisti inglesi che provvederà a toglierla.
L’impresa di Benussi, Balletto e Bassotti rimarrà negli annali della storia dell’alpinismo e si guadagnerà il rispetto internazionale e degli inglesi in particolare che riconosceranno lo “spirito sportivo” dei protagonisti.
Il libro corre via rapido fra immagini indimenticabili e avventure eroiche rese lievi dallo stile scanzonato con cui vengono descritte; sullo sfondo, un’etica dell’impegno, della responsabilità e delle buone maniere nonostante tutto.
Il racconto che si era aperto come un inno all’affermazione personale, come uno sforzo superomistico di superamento dell’omologazione insensata dell’individuo, si conclude con una consapevolezza quasi amara sull’illusione delle “azioni risolutive di sé”.
“E tu volevi realizzarti in un’«azione concentrata»? Illusione! Esiste il campo di concentramento, ma non l’azione concentrata! L’azione che risolve veramente tutto, che realmente guarisce, non esiste. È un’illusione. Non bisogna domandarle più di quello che può dare, all’azione. Farne un’idolatra è folle. Per veramente nascere occorre morire. Verrà anche il giorno della tua realizzazione, prima o poi.”

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2 risposte a Fuga sul Kenya

  1. leopoldo A'mbabu ha detto:

    Due post, entrambi tristi, entrambi pieni di speranza, quella speranza rassegnata che caratterizza lo spirito libero e consapevole.
    A rivederci presto.
    Buon viaggio,
    Leopoldo

    • giulio1954 ha detto:

      Grazie del commento Leopoldo. Trovi veramente tristi i due post? Non mi sentivo triste mentre salivo al Rifugio Lancia (forse non ne avevo nemmeno il fiato) e poi mentre mettevo a riposo i pensieri nella scrittura. Non ho nemmeno interpretato le riflessioni finali di Benuzzi come tali, caso mai come una illuminazione di sapienza.
      Dimmi, dimmi…

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