La giovinezza dei prati

Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre”.
Mentre la notte mutava in giorno Dio ripensava alle parole con cui aveva condannato Adam e Ḥawwāh all’esilio perpetuo. Era vero: avevano peccato di superbia mangiando del frutto dell’albero che stava in mezzo al Giardino. Cosa costava loro obbedire? Avrebbero dovuto essere riconoscenti di non conoscere pena o bisogno e scacciare la curiosità. Già, la curiosità! Anche lui, doveva ammetterlo, aveva pasticciato un po’ imponendo ad Adam e Ḥawwāh di non mangiare il frutto di quell’albero. Non avesse detto nulla, magari non si sarebbero mai sognati di cercarlo e se lo avessero incontrato per caso… Purtroppo Dio non poteva ammettere il caso; sarebbe stato come ammettere che qualcosa non dipendeva da lui: l’Unico, il Perfettissimo, Colui che è.
Doveva riconoscere che si era infilato in un vicolo cieco. Li aveva creati a sua immagine e somiglianza – nominatori e ordinatori del mondo – ma quando avevano rivelato la natura divina che condividevano con lui, non aveva retto la sfida e si era adirato. Era vero: la maledizione gli era sfuggita quasi senza che se ne rendesse conto. Sarebbe successo ancora, lo sapeva. Lui era fatto così: un Padreterno. Però l’Onnipotente non poteva tornare indietro; avrebbe perso ogni credibilità.
Solo gli faceva male vedere Adam spaccarsi la schiena a tentare di trarre quattro erbe stente dal terreno magro della montagna e alzare la voce e le mani su Ḥawwāh. Gli faceva male anche vedere il bel viso di Ḥawwāh segnato da profonde occhiaie scure e il suo corpo, bellissimo un tempo, curvo nel lavoro e sformato dalle gravidanze. Quello che gli faceva più male, però, era il silenzio che aveva sostituito il riso argentino dei due quando correvano e si amavano nel Giardino: una cascata di cristalli di roccia che rimbalzava fra i pianeti dell’Universo.
Doveva ammetterlo: si era fatto prendere dall’ira e ora era triste. Si, triste come può esserlo solo un Dio che non può permettersi di sbagliare. Si tratteneva, ma una lacrima sfuggì al controllo e cadde pesante sulla terra riarsa dal gelo dell’inverno. Cadde facendo vibrare la terra. Cadde e la polvere si alzò a corona nel cielo prima di impastarsi alla goccia di umidità. Cadde e il terreno dove era caduta si vestì di un manto smeraldino morbido come il cuscino sul quale Egli riposava. Fiorirono ranuncoli, campanule, bardane, genziane, margherite, soldanelle, anemoni, bucaneve, denti di leone, colchici e altri fiori che non avevano ancora un nome.
Ne fu sorpreso, ma appena un poco: il suo pianto aveva fecondato la terra del suo desiderio di consolare l’uomo e la donna e ricreare per loro un angolo di Paradiso.
Intanto, con la luce del giorno, Ḥawwāh si era levata dalla nuda terra sulla quale si stendeva la notte abbracciata ad Adam per proteggersi dal freddo e rinfrancarsi della paura. Si guardò intorno e per un attimo fu come se il tempo fosse cancellato e lei e Adam fossero ancora nel Giardino. Poi capì che non era così, ma capì anche che Dio non era più adirato con loro e un riso sgorgò puro e alto dalla sua gola, un riso infinito. Si svegliò con un sussulto anche Adam che, senza capire il perché, si unì al riso della donna.
Dio si commosse di quel riso e promise che la primavera sarebbe stata breve, ma sarebbe tornata ogni anno, quando gli uomini stanno per cedere alla disperazione, per alleviare la loro pena e fare fiorire il sorriso sui loro volti.
Così sono nati i prati in fiore, giovinezza della terra.

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2 risposte a La giovinezza dei prati

  1. A'mbabu ha detto:

    l’aspetto più affascinante dei tuoi racconti è la miscela fra fantasia, cultura e desiderio di trasmettere e comunicare.
    Come sempre, grazie

    leopoldo

  2. tmadv ha detto:

    Dopo una primavera bagnata la più bella cosa è camminare sui prati in fiore…
    Bravo Giulio

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