In Val di Non fra i meli in fiore

Siamo andati in Val di Non per godere la fioritura dei meli e siamo entrati da est, percorrendo la bellissima scala che sale da Caldaro sulla Strada del Vino e giunge alla Mendola. Oltre il Passo, la valle digrada dolcemente fra boschi e prati verdissimi, incoronata ad ovest dalle cime innevate di Cima Venezia, del Cevedale, del Monte Vioz e, oltre la spaccatura che immette in Val di Sole, da quelle delle Dolomiti di Brenta.
La strada che scende verso il lago di Santa Giustina è divertente e spettacolare; a Ronzone cominciamo a volgere intorno lo sguardo in cerca degli alberi in fiore, ma quest’anno la stagione è in ritardo e sui rami le gemme sono ancora chiuse.
Poco prima di Dermulo, svoltiamo a sinistra verso Coredo e finalmente la nostra curiosità è ripagata: intorno a noi gli alberi esplodono di colore e procediamo in una via parata a festa, come nei giorni della Processione del Santo Patrono. Dopo Coredo, percorriamo un anello che passa per Smarano, Sfruz e il Rifugio Sores nell’altopiano della Predaia. L’ambiente torna ad essere quello dell’alta montagna e la vegetazione sbadiglia nel primo risveglio; ci accompagna sulla destra, oltre la Valle, la visione imponente di Cima Brenta e della Tosa. Scendiamo a Vervò, piccolo borgo addormentato a mezza costa, dove ricominciano frutteti e coltivazioni.
A Mollaro riprendiamo la strada che abbiamo percorso in discesa e a Sanzeno deviamo a sinistra verso il Lago di Santa Giustina e Revò.
La strada ora si innalza nell’Auta Val de Nòn in ambiente sempre aperto, soleggiato e ricco di frutteti e di borghi antichi; ecco Romallo, Cloz, Arsio e Brez. Poco prima di quest’ultimo, sulla sinistra, la bella chiesetta gotica di San Floriano; nella piazza, Casa De Avancini del 1697 che presenta una torricella angolare e un grande orologio solare.
A Brez scopriamo anche un altro ottimo motivo di sosta, inaspettato e perciò ancora più gradito: il Ristorante Alpino di Segna Danilo, ristorante elegante e discreto ricavato dall’ampliamento di un palazzo ottocentesco, arredato con gusto e semplicità. Ordiniamo gli gnocchi di patate crude alla pancetta tostata con grattata di ricotta affumicata e lo strudel e nell’attesa ci vengono serviti pani fatti in casa con burro all’aglio orsino, una polpettina di pesce e una crema di sedano rapa arricchita di un gambero. Gli amici, più sobri di me, si accontentano di acqua minerale mentre io ordino un bicchiere di Groppello di Revò, da cui siamo appena passati. Il Groppello, vitigno autoctono della Val di Non, sembrava dovere andare incontro all’estinzione dopo un grande sviluppo ancora agli inizi del XX secolo. Un po’ la peronospora, un po’ la filossera e soprattutto la prospettiva del guadagno più consistente con la mela, avevano fatto sì che gli impianti venissero distrutti; è stata la passione di un piccolo gruppo di viticultori che ne ha mantenuto il vitigno ed ora punta ad un rinnovato interesse. Rosso con profumi di frutti di bosco, erbe selvatiche e note speziate, si rivela una lieta sorpresa anche per il palato. Un caffè con piccola pasticceria offerta dalla Casa completa il pranzo. Alla fine, il conto è onesto e fa alzare da tavola satolli e soddisfatti.
Deviamo ora verso la Forcella di Brez e la cosiddetta Deutschnonsberg, l’Alta Val di Non germanofona, in un ambiente che via via diventa ancora una volta squisitamente alpino. Superata Frazione Carnalez e la deviazione per Castelfondo, la strada si inerpica con un paio di tornanti lungo un contrafforte dilavato dalla pioggia ed entra successivamente nel bosco fino al Passo.
Al di là si apre di nuovo l’altopiano con estesi prati verdeggianti che risalgono i fianchi delle Maddalene, la catena di montagne che separa l’Alta Val di Non dalla Val d’Ultimo. L’ambiente invita a chiudere l’acceleratore, a fermarci e guardarci intorno per lasciarci travolgere dalla pace e dall’armonia che ci avvolgono. Qui tutto racconta una vita profondamente segnata dalla tradizione e dal ciclo delle stagioni, una vita che resiste alla modernizzazione e all’omologazione delle abitudini. I nomi mantengono un significato che in altri luoghi si è perso e che, anche quando ritrovato, non è più attuale; così, le Maddalene, che danno il nome alle montagne, sono i prati in cui l’erba è pronta per il taglio ed il raccolto solo dopo il 22 Luglio, giorno di commemorazione di Santa Maria Maddalena.
Eccoci a Laurein, piccolissimo Comune della Provincia di Bolzano di lingua tedesca profondamente radicato nella propria storia e nell’agricoltura tanto che il suo stemma è un aratro nero in campo giallo.
Se proseguissimo sulla destra giungeremmo a Proveis, altro Comune di lingua tedesca, e alla bella strada che porta in Val d’Ultimo, ma noi deviamo a sinistra e scendiamo con divertente corsa di nuovo a Revò con in faccia tutta la Val di Non e il Lago di Santa Giustina.
Anche Revò meriterebbe una sosta e una passeggiata alla scoperta delle facciate decorate dei palazzi cinque-seicenteschi e di Villa Campia-Maffei, ma il tempo non basta e dunque attraversiamo il Pont de Castelaz gettato sulla profonda forra del Lago di Santa Giustina e dirigiamo a Cles, capoluogo del comprensorio della Val di Non.
Da Cles a Tuenno e a Denno lungo la strada che ci condurrà fuori dalla Val di Non. Questa strada è nettamente preferibile alla statale 43 per chi non ha fretta: corre ai piedi delle montagne del Brenta e della Valle di Tovel, famosa per il suo lago, ed offre una splendida vista sul versante orientale della Valle.
Le balze sottostanti Denno sono l’ultima occasione di tuffarci ancora una volta nei meleti in fiore prima di raggiungere la Gola della Rocchetta ed uscire nella Piana Rotaliana verso Trento.
Tornando a casa, penso all’importanza della mela nell’immaginario umano. Poco importa che nei secoli la parola sia stata usata come termine generico per i frutti sconosciuti che venivano da terre lontane e che dunque ad esempio la mela del Paradiso Terrestre potrebbe essere stata un altro frutto. Di fatto, la mela è un frutto mistico o legato alla colpa.
Chi non ha un ricordo, almeno scolastico, della mela che fu all’origine della guerra di Troia? E la mela avvelenata che la matrigna gelosa offre a Biancaneve? E lo slogan “Chi Vespa mangia le mele” con il quale la mia generazione ha alimentato il desiderio di possedere lo scooter?
I meli in fiore della Val di Non mi impongono però il ricordo di altri miti.
Nella mitologia scandinava, gli Dei sono immortali e non invecchiano perché si cibano delle mele d’oro custodite dalla Dea Iðunn.
Nelle leggende britanniche, Avalon è l’isola in cui re Artù fu trasferito per essere curato delle ferite mortali ricevute nella sua battaglia finale. È “l’isola delle mele”, chiamata fortunata e governata da Morgana la fata e dalle sue otto sorelle, esperte nell’arte della guarigione. Produce i suoi frutti da sé, senza bisogno del lavoro ed è “isola dei beati”, un paradiso felice in cui l’inverno non arriva mai.
A differenza di Avalon, in Val di Non, come nella vita di ogni uomo, l’inverno non manca di arrivare e quest’anno è stato particolarmente lungo e nevoso, ma ad ogni primavera – e per pochi giorni – la fioritura dei meli promette abbondanza ed eternità agli uomini che non si sono arresi al gelo e cura la loro anima in attesa delle battaglie che li attendono ancora.

Itinerario

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3 risposte a In Val di Non fra i meli in fiore

  1. leopoldo "A'mbabu" ha detto:

    Se, quando lo ripeti, sono libero, mi aggregherei volentieri alla compagnia, senza Agenore, però.
    Bellissimo giro, grazie per la mappa e la descrizione entrambe dettagliate, ma ho la sensazione che con te come cicerone sia meglio…

  2. Fabrizio ha detto:

    Per la miseria Giulio, ti volevo chiamare per fare un giretto in compagnia, ma poi …… non l’ho fatto, e adesso me ne pento. Aspetto un invito, tu hai sempre dei bellissimi intinerari.
    Ciao Fabrizio

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