Forte Belvedere Gschwent a Lavarone

Il 23 maggio 1915, il Duca D’Avarna, ambasciatore d’Italia a Vienna, presentava al Ministro degli Esteri austroungarico la dichiarazione di guerra, fissando l’inizio delle ostilità al giorno successivo.
Alle quattro del mattino del 24 Maggio, dal Forte italiano di cima Verena, nei pressi di Mezzaselva di Roana partì il primo colpo di cannone contro Forte Verle. Poco dopo, rombano tutti gli altri cannoni dei forti italiani sul fronte degli altipiani.
Forte Belvedere-Gschwent a Oseli di Lavarone è il primo a rispondere, seguito da tutte le altre fortezze austro-ungariche. Comincia così la “guerra dei Forti che si protrarrà fino all’inverno del 1915 e lascerà posto nella primavera successiva alla sanguinosa “strafexpedition” che arrivò ad un soffio dal dilagare nella Pianura Padana.
Percorrendo oggi le belle strade che serpeggiano negli altipiani di Folgaria, Lavarone e Asiago, è difficile immaginare l’immane distruzione e la carneficina che vi si svolse nei tre lunghi anni di guerra. Eppure, merita fermarsi un momento in uno dei cimiteri che tappezzano gli altipiani e camminare fra le croci per onorare i caduti; oppure, abbandonare la motocicletta per raggiungere uno dei Forti italiani o austro-ungarici, tutti costruiti in posizioni panoramiche straordinarie.
Noi l’abbiamo fatto ieri l’altro, il primo giorno veramente di primavera dopo un inverno particolarmente lungo e nevoso per visitare Forte Belvedere-Gschwent.
Risaliamo la Val d’Adige fino a Calliano e prendiamo a destra per Folgaria; ben presto la strada corre fra campi ancora innevati e il bosco è vestito della grigia livrea invernale. Dopo la cittadina deserta raggiungiamo Passo Sommo e scendiamo a Carbonare. A Lavarone, poco lontano, il lago è completamente ghiacciato e le frazioni tirano il fiato in attesa della stagione estiva. Sulla strada, qualche trattore si sposta lentamente verso i lavori imminenti. Ad ovest, il profilo slanciato del Becco di Filadonna, scintillante di neve, e sulle sfondo le Dolomiti di Brenta.

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Raggiunta Frazione Cappella, abbandoniamo la strada che sale a Passo Vezzena e dirigiamo a Frazione Oseli e al parcheggio dove bisogna lasciare la motocicletta. Una stradina nel bosco conduce in dieci minuti ad un balcone sotto il quale l’altopiano precipita nella Valdastico.

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Nel tappeto di aghi rossi dei larici che ricopre il terreno intorno, spuntano bianchi fiori di Helleboro e ciuffi di anemone epatica.

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Purtroppo il Forte è ancora chiuso al pubblico, ma è possibile girarci intorno, salirci sopra e soffermarsi a guardare la valle che si perde nella foschia dei primi caldi e sulla quale erano puntati i grandi cannoni e i riflettori.

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Dopo la visita, saliamo a Passo Vezzena. Si vorrebbe raggiungere almeno i resti del Forte di Busa Verle, ma la neve è ancora alta e rimandiamo.

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3 risposte a Forte Belvedere Gschwent a Lavarone

  1. A'mbabu ha detto:

    Vedi. poco tempo, un bel giretto… belle foto, un altro ricordo nel carniere!
    Grazie, a presto, ciao

    leopoldo

  2. Paolo ha detto:

    La chiesetta di Santa Zita invece non mi convince affatto: a parte lo stile austroungarico, troppo da Europa centro – orientale e quindi non adatto ai luoghi in cui è stata eretta, nella mia esperienza non c’è mai stata: fin da bambino lì c’era solo pascolo.
    E’ vero che durante la grande guerra gli austroungarici costruirono la chiesetta, ma negli anni successivi andò presto in abbandono e i resti furono definitivamente rasi al suolo negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, qualche anno prima che io nascessi.
    In ogni caso non è solo estranea a quelli della mia generazione, ma anche a quelli della generazione di mio padre, che ne hanno visto solo i ruderi.

  3. Paolo ha detto:

    Varda che da Vezzena a Busa Verle ghe xe el divieto!!! Te toca andar su a piè, co’ va via la neve.
    Bellissima la foto a Passo Vezzena: si intravedono in distanza cima Verena a Dx e ilo costone di Bocchetta Portule a Sx: che nostalgia!!!

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