Nelle terre umide fra Adige e Po

Sono nato e cresciuto sull’Adige. Sono venuto alla luce nella vecchia Maternità di via Moschini in Veronetta che, prima della costruzione degli argini, si bagnava i piedi ogni volta che il fiume si alzava un po’. La riva distava dalla casa dove ho abitato per i primi nove anni di vita duecento metri, al di là della scuola materna e del campo sportivo parrocchiale.
L’Adige è stato anche il teatro dei miei primi ardimenti e di tanta spensieratezza. Non ricordo quanti anni avessi, ma ricordo il terrore che evocava in me il frastuono dell’acqua che spumeggiava dai grandi sfiatatoi della diga quando l’attraversavo sul seggiolino della bicicletta di mio padre. Qualche anno dopo, nei giorni in cui non trovavo amici nella piazza della chiesa, andavo lì e mi obbligavo ad avvicinarmi un piede dietro l’altro al parapetto del ponte per gettare uno sguardo diretto alla spuma gorgogliante e ruggente sotto di me. Era una vittoria, ma non era mai definitiva perché la paura rimaneva mentre con le mani artigliavo la ringhiera e mi lasciavo bagnare dalla pioggerellina che mi avvolgeva.
D’estate, ci facevamo anche il bagno nell’Adige, nonostante gli imperiosi divieti dei genitori. In mutande, sguazzavamo nell’acqua bassa fuori dalla corrente e giocavamo a lanciare i sassi piatti per contare i rimbalzi. Poi tornavamo a casa sempre con i capelli bagnati e con le scuse più improbabili sicché, pur non avendone mai la certezza, la mamma si sentiva in dovere di estorcermi la verità con qualche ceffone che voleva essere umiliante, ma invece suggellava il trionfo dell’avventura.
In riva all’Adige, ho conosciuto anche la morte che si approssimava con l’odore aspro della decomposizione ed il ronzio dei mosconi blu che ci volavano intorno. Erano cani e gatti, povere spoglie abbandonate nel fango dalla piena, gonfie di gas e stravolte nelle fattezze. Ci avvicinavamo nonostante il ribrezzo e le studiavamo da vicino, rivoltandole con un bastone il più lungo possibile. Poi sulla riva arrivarono anche flaconi e bottiglie di plastica, ma non erano altrettanto interessanti.
Oggi, l’Adige continua ad essere un luogo di attrazione, sebbene tanta acqua sia passata sotto i ponti; si tratti semplicemente di farci una passeggiata lungo le alzaie e i lungadige del centro città o di correre con la motocicletta sulle strade che ne seguono il corso.
Ieri sono ritornato su una di quelle strade, la più bella che io conosca: quella che accompagna per una settantina di chilometri il fiume verso il mare da Piacenza d’Adige a Rosolina Mare, fino alla foce.
Sono partito non tanto presto, aspettando che il calore del sole dissipasse le foschie del mattino, e mi sono diretto innanzitutto a Fratta Polesine percorrendo la statale 434, la Transpolesana.
È un bel posto Fratta, ricca di palazzi e ville venete, fra tutti Villa Badoer costruita da Andrea Palladio. Grazioso è anche indugiare sulla Passeggiata dei Carbonari che ricorda il coinvolgimento di alcuni nobili e potentati locali nei primi moti irredentistici italiani. Come dimenticare poi che la cittadina ha dato i natali a Giacomo Matteotti? Gettato uno sguardo qua e là, mi sono riscaldato con un caffè al Bar Commercio ed ho proseguito verso Lendinara per attraversare l’Adige all’altezza di Ca’ Morosini. Appena oltre il ponte, ho girato a destra sulla strada arginale che prende numeri diversi ad ogni provincia che attraversa. Ho percorso questa strada in autunno, inverno e primavera, ma la stagione più propizia forse è proprio questa, quando il fiume è arredato dai toni caldi del fogliame che contrasta con il verde brillante dell’erba ancora rigogliosa.
Siamo in territorio di bonifica e la strada corre alta sull’argine sopra le case coloniche e le frazioni che si susseguono una dietro l’altra. A distanza regolare, dietro gli alberi, svettano i campanili a segnalare l’approssimarsi di un altro paese: Rialto, Barbona, Santa Maria d’Adige, Boara Pisani. La strada ha un’ottima pavimentazione e la sinuosità del fiume la rende divertente alla guida con continui cambi di direzione, sicché si può decidere se percorrerla con un’andatura contemplativa o con una più veloce. La scarsità di traffico aiuta a stare rilassati in entrambi i casi. Dopo Boara Pisani, Ca’ Bianca, San Martino di Venezze sull’altra sponda, Anguillara. A Borgoforte si abbandona per qualche chilometro l’Adige per seguire il Canale Gorzone, suo tributario, che ieri era gonfio di acqua marrone. Subito dopo Cavarzere, si attraversa il canale e si ritrova il fiume per seguirlo fino alla statale Romea a Cavanella d’Adige. Subito prima dell’abitato, si incontrano le opere idrauliche che collegano l’Adige al Brenta e che rappresentano un bel colpo d’occhio mentre si passa sul ponte della chiusa. Sulla Romea, attraversato il ponte sull’Adige, dopo meno di un chilometro si gira a sinistra per raggiungere Rosolina Mare.
Ieri non sono arrivato alla spiaggia e alla foce del fiume, ma qualche chilometro prima ho deviato a destra per inoltrarmi nella bellissima via delle Valli, già all’interno del territorio del Delta del Po. La strada corre per tredici chilometri fino al Po di Levante in un territorio a tratti paludoso e a tratti lagunare sotto all’argine di protezione dalle mareggiate della laguna di Caleri, direttamente collegata al mare. Il percorso è incredibile: da un momento all’altro si è catapultati fuori dal tempo in uno stretto e sinuoso cordone di terra che attraversa specchi d’acqua apparentemente abbandonati e popolati d’inverno da migliaia di uccelli. Qui e là i resti di vecchie case abbandonate rendono un po’ spettrale l’ambiente specialmente nelle giornate di nebbia, ma ieri il sole splendeva alto nel cielo.
Mi fermo spesso a cercare di fissare un’inquadratura particolare e in una di queste soste l’orologio mi conferma quello che lo stomaco stava segnalandomi da un po’: sono le tredici. Ripasso senza tanta convinzione i luoghi in cui trovare un panino quando improvvisamente nella memoria si fa largo a gomitate l’immagine del fritto misto di Ferrari a Goro: un misto di calamaretti tenerissimi di gamberi, assieme a qualche strisciolina sottile di zucchina e di carota, passato in una pastella delicata, fritti e servito nel piatto sopra ad un foglio di carta paglia.
“A che ora chiuderà la cucina? – mi chiedo. “Vuoi che chiuda prima delle due? – mi dico e intanto sto già scendendo di corsa l’argine. “Dai, in quarantacinque minuti ce la faccio di sicuro”. Il navigatore mi conferma che a Goro mancano una quarantina di chilometri e anche rispettando i limiti di velocità, o quasi, dovrei farcela.
Concludo il giro delle Valli senza nessuna ulteriore sosta; all’incrocio della strada per Albarella prendo a destra e corro fino alla Romea. Attraverso il Po di Venezia e dopo qualche chilometro eccomi a Mesola. Giro a sinistra e mi impongo di tenere il gas al minimo mentre attraverso Bosco Mesola, poi via di corsa sul lungo rettilineo prima dell’argine del Po di Goro che mi accompagna fino in paese.
Il ristorante è aperto. Scendo dalla moto che mancano due minuti alle due. Mi tolgo il casco e con il casco in mano entro e chiedo se la cucina è ancora aperta; devo avere un’espressione molto eloquente circa le mie preoccupazioni, visto che mi rispondono con un sorriso tranquillizzatore. Mentre mi preparano il tavolo, sistemo casco e guanti, parcheggio meglio la moto che avevo abbandonato quasi in mezzo alla strada, levo la giacca che appoggio su una delle sedie del tavolo che mi hanno riservato, mi lavo le mani e ordino. Oltre al fritto che stavolta scelgo di soli calamaretti, ordino un quarto di vino frizzantino e un paio di pezzi dello straordinario pane ferrarese. Buon appetito!

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7 risposte a Nelle terre umide fra Adige e Po

  1. Danilo ha detto:

    Bellissimo giro complimenti …messo in programma a presto ti chiedero info ciao Danilo wwwbikersontrip.it

  2. Fabrizio ha detto:

    Per la miseria Giulio, mi dovevi chiamare ! Ma mi sembra di ricordare che quì a casa mia pioveva.
    Sono in viaggio, e quindi ho il tempo di leggere con calma i tuoi ultimi post.
    Verso fine mese sarò a casa, potremmo organizzare un giretto, che dici.
    Il giro sul passo Crocedomini ovviamente è stato rinviato.
    Ciao
    Fabrizio

    • Fabrizio ha detto:

      Ecco appunto,…… , rifacciamo il giro in compagnia, la meta : Ferrari a Goro.
      Bellissimo racconto, bei ricordi e un po’ di nostalgia, già sarà l’età ? manno ! esperienza eheh.
      Invitiamo Paolo, ci troviamo tutti a Verona e poi via fino a Goro.

      Fabrizio

  3. Max510 ha detto:

    Sempre magnifiche parole Giulio 😉
    Le foto non le commento neanche…

  4. Leopoldo Bozzi a.k.a. A'mbabu ha detto:

    alla rovescia,ovviamente, l’ho fatta anch’io fino a Rosolina per le valli nostre e di Polesine Camerini. Quello che amo di più è tornare a casa quando “l’enrosadira” trasforma l’acqua di valle o del Po, poco importa, in uno specchio del cielo e ci si perde in un variare di colori che se non stai attento, si trasforma rapido nel blu di qualche livido…
    La prossima volta arriverò a Fratta, seguendo il tuo fiume.
    Grazie e arrivederci, prima o poi
    Leopoldo A’mbabu

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