Fra Croazia e Bosnia Erzegovina

Premessa
“Così trascorre per loro la notte, e insieme con essa la vita, piena di pericolo e di pene, ma limpida, incrollabile e diritta. Guidati da antichi istinti ereditari, la scindono e la dividono in momentanee impressioni e in immediate necessità, sperdendosi completamente in esse. Soltanto così, infatti, vivendo ciascun istante separatamente e non guardando né avanti né indietro, una vita come questa può essere sopportata, e l’uomo può conservarsi per giorni migliori.”
Ivo Andric scriveva queste parole fra il 1942 e il 43 pensando forse alla vita che la guerra in corso imponeva a lui ed ai suoi concittadini; le scriveva nel romanzo Il ponte sulla Drina per raccontare gli incerti degli abitanti di Visegrad durante la guerra che era scoppiata trent’anni prima, ma certamente non immaginava che esse si sarebbero adattate benissimo alle stesse popolazioni appena cinquant’anni dopo, nel corso dei terribili conflitti che accompagnarono la dissoluzione dell’ex-Iugoslavia.
In un altro passo dello stesso libro, Andric annota che occorre che gli uomini dimentichino perché le cose possano succedere ancora.
Per non dimenticare come si è riattualizzato appena venti anni fa quell’orrore che sembrava essere stato allontanato definitivamente dall’Europa, utilizziamo pochi giorni di vacanza per visitare alcuni luoghi della Croazia e della Bosnia Erzegovina.

22 Settembre 2012 – Km 479
Oggi è giornata di trasferimento e potremmo avvicinarci maggiormente alla prima meta del viaggio, se non addirittura raggiungerla; ci piace tuttavia l’idea di sostare a Ljubljana che Maria Grazia non ha mai visitato e ci incuriosisce Kostanjevica na Krki, piccolissimo borgo ai confini fra Slovenia e Croazia di cui qualcuno mi ha parlato ed in cui abbiamo deciso di passare la notte.
L’autostrada A4 ci porta fino a Gorizia, dove varchiamo il confine incustodito e imbocchiamo la H4 che rapidamente ci conduce alla capitale della Slovenia.
Il centro storico di Ljubljana ci accoglie con l’animazione di Presernov Trg, non lontano dalla quale abbiamo parcheggiato la motocicletta. La piazza, dedicata al poeta Frances Preseren, scintilla delle vetrine di griffes prestigiose, ma allo stesso tempo è contagiata dalla spumeggiante atmosfera che deborda dalla Città Vecchia. Il clarinetto di uno scatenato gruppo musicale balcanico ci spinge ad attraversare di corsa il Tronostovje (triplo ponte) che accentua la bizzarria e il mistero di questa città.
Non abbiamo una meta precisa e non vogliamo impegnarci in una visita sistematica dei monumenti e dei tesori della città; ci basta farci stupire dalla sua atmosfera balcanica e mitteleuropea allo stesso tempo e con questa sosta operare una cesura, un solco, che allontani la quotidianità e gli assilli della vita di ogni giorno.
Cerchiamo lo Zmajsti Most (Ponte dei Draghi) e lo Cevljarski Most (Ponte dei Calzolai), catturati dalla suggestione dei nomi, e ci lasciamo assorbire dal quartiere medievale in cui si rincorrono mille musiche agli angoli delle strade e il mistero dei vicoli scuri e deserti che si inerpicano sulla collina verso il Castello.



Lasciata Ljubljana, ci dirigiamo ad est lungo la A2 per raggiungere la regione di Dolenjska. Usciamo ad Ivancna Gorica e imbocchiamo la strada 216 che percorre l’ampia valle disegnata dal fiume Krka fra dolci colline verdissime e piccoli borghi. A Zuzemberg, sostiamo attratti dalla mole del Castello, oggi ridotto alla cerchia muraria e a quattro torri ricostruite dopo i pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma che a partire dall’anno mille rappresentò un importante presidio della regione e dal XVI secolo fu la residenza della potente famiglia degli Ausperperg.
A Novo Mesto la 419 ci conduce a Kostanjevica na Kirki. Il fascino maggiore della minuscola cittadina è probabilmente la sua collocazione su una piccola isola circondata dalle acque calme e possenti del fiume Krka, ma, come per una donna che fu bella in gioventù, gli edifici mostrano i segni del suo passato splendore; fra essi spicca la Chiesa Parrocchiale di San Giacomo che conserva i caratteri distintivi del periodo romanico in cui fu eretta.
Ci fermiamo a dormire e a cena nell’unica Gostilna del circondario: Gostilna Zolnir. Le camere sono in puro modernariato ex Iugoslavia, ma la cucina si batte bene e il Refosco istriano eccellente.



23 Settembre – Km 353
Da Kostanjevica na Krki arriviamo a Vukovar verso l’una. Passato il confine croato e girato attorno a Zagabria, abbiamo fatto una lunga corsa verso est sulla A3 fino a Slavonski Brod e a Zupanja, dove abbiamo abbandonato l’autostrada e deviato a nord verso il Danubio.
L’appuntamento con Jelena è al bar dell’hotel LAV. Abbiamo preso contatto con lei attraverso l’Ufficio Turistico della città ed Jelena, che parla italiano, si è gentilmente prestata a guidarci in una visita della città e ad aiutarci a capire i tragici avvenimenti che ne hanno fatto un monumento dell’indipendenza croata.
Nel 1991, la città fu praticamente rasa al suolo nel corso degli ottantasette giorni di assedio e, sebbene la maggior parte degli edifici pubblici e delle abitazioni siano stati ricostruiti, sono ancora molto evidenti i segni dei combattimenti e del bombardamento che, si dice, raggiunse l’intensità di 12.000 colpi di artiglieria al giorno. L’assedio opponeva 36.000 fra effettivi dell’esercito iugoslavo e miliziani serbi a 1.800 volontari della Guardia Nazionale Croata. Oltre ai morti e ai feriti fra i combattenti, le stime riportano circa 1.700 vittime civili fra morti e dispersi. Il momento più tragico dell’assedio fu raggiunto il 18 Novembre quando la città cadde ed i Serbi raggiunsero l’ospedale in cui erano asseragliati gli ultimi abitanti rimasti.
È dall’ospedale che comincia la nostra visita e il racconto di Jelena che, lo scopriremo man mano che aumenta la confidenza fra di noi, ha vissuto quei tragici giorni con il padre, la madre e il fratello.
Oggi nel seminterrato è stato ricostruito un memoriale delle condizioni di vita nell’ospedale e i muri del lungo corridoio sono piastrellati con i nomi delle vittime e con la cronaca degli avvenimenti.
Sgomberato l’edificio, i Serbi divisero gli uomini dalle donne e dai bambini. Donne e bambini furono caricati sui camion e per loro cominciò un lungo esilio fra Serbia e Croazia prima di potere ritornare alle proprie case. Gli uomini, più di duecentocinquanta, vennero portati in una porcilaia ad Ovcara e seviziati per l’intera giornata mentre in un campo vicino venivano preparate le fosse comuni per la loro esecuzione sommaria.
Oggi, la porcilaia di Ovcara è un monumento commovente al dolore di un popolo e di tutta l’umanità straziata dall’odio. Le porte del capannone sono state bloccate a metà a simboleggiare la volontà che la memoria non si chiuda sulla strage, da un lato, e che esse non possano riaprirsi a ripetere gli orrori del passato. Nel cemento del pavimento sono annegati migliaia di bossoli delle pallottole sparate durante l’assedio e i muri sono costellati delle immagini dei caduti. Al centro dello stanzone brilla un’unica candela accesa mentre attorno ruotano i nomi dei caduti che vengono scanditi senza sosta da un altoparlante.
Ci spostiamo nel campo del massacro. Poche, semplici pietre e la pietà dei rimasti marcano il ricordo.
Infine, eccoci al memoriale dove duecentosessantotto croci, assediate dalle tombe degli uomini trucidati, sono erette attorno ad una fiamma perpetua.
Ogni anno il 18 Novembre l’itinerario fra l’ospedale, la porcilaia, il luogo del massacro e il memoriale si rianima di una lunga marcia per non dimenticare.
Chiediamo a Jelenia come coesistano oggi Croati e Serbi nella città. Ci risponde che perlopiù non c’è comunicazione fra le due comunità: i bambini frequentano scuole differenti e i locali di ritrovo sono nettamente separati, sebbene qualche apertura cominci ad esserci. Le ferite sono troppo recenti come anche il ricordo di vicini di casa che da un giorno all’altro divennero nemici e fautori di terribili atrocità.
Salutiamo Jelena con un forte abbraccio e giriamo fra le strade in cui la ricostruzione sta terminando di sanare le profonde ferite della guerra, ma risuonano ancora in noi le sue ultime parole: “sto scrivendo un libro per lasciarmi alle spalle quello che è successo, ma non è facile; ci sono giorni in cui dormo troppo e giorni in cui non riesco ancora a dormire”.
Lei ed altri hanno fondato un’associazione dei figli delle vittime di Vukovar; curano un sito (http://www.udpnhbdr.hr/) scritto in croato e io non ci capisco nulla, ma ci torno spesso come se aumentando il numero delle visite mi illudessi di tornare ad abbracciare Jelena e i suoi concittadini.
Fortunatamente, Vukovar non è solo il ricordo di una bruttissima pagina di storia, ma anche una città in cui è bello stare e che sta ritornando ad uno splendore che forse non conosceva più da molti anni. La passeggiata lungo il Danubio, la spiaggia dell’Isola delle Aquile, lo Dvorac Eltz e gli altri splendidi edifici barocchi e primo novecento ne fanno un luogo che merita di essere visitato e vissuto per qualche ora o per qualche giorno.

24 Settembre – Km 325
Oggi lasciamo la Slavonia e la Croazia per dirigerci in Bosnia Erzegovina, ma non lo facciamo per la via più breve bensì allungandoci verso Ilok, la città più orientale della Croazia e completamente incuneata come una spina nel fianco della Serbia.
Ilok è famosa per la sua produzione vinicola, in particolare il Traminac (Gewurtztraminer), che fa storia da venti secoli. Dei suoi vini, ieri sera noi abbiamo potuto apprezzare una splendida bottiglia di Grasevina (Riesling Italico) che non ci ha fatto per nulla rimpiangere quelli di casa e con il quale abbiamo accompagnato un trancio gigantesco di pesce gatto del Danubio.
Dall’Hotel LAV riattraversiamo il centro di Vukovar di cui ci sentiamo già un po’ cittadini e dirigiamo ad est con il sole in faccia. Ilok dista una trentina di chilometri e la strada alterna lunghi rettilinei in cui le colture cerealicole lasciano progressivamente posto alle viti a repentine discese e risalite in strettissime valli che custodiscono piccoli borghi e che sbucano sul Danubio.
La cittadina compare all’improvviso, annunciata da un lungo viale alberato di platani; superata la Cantina del Castello Odescalchi, siamo in centro. Quasi ci sfugge la deviazione verso la città vecchia, minuscolo gioiello appollaiato su un altopiano che sorveglia il grande fiume e che conserva i possenti resti del bastione eretto nel XIV secolo, insieme ad un piccolo mausoleo turco e alla chiesa di S. Giovanni da Capistrano.
La vista sul fiume è straordinaria e la grande piazza d’armi in terra battuta che si estende fra il castello e la chiesa ha un fascino particolare, accentuato dalle grida di incitamento di una scolaresca che sta facendo lezione di educazione fisica appena oltre gli alberi del parco.
Rotti gli indugi che ci tratterrebbero in questa atmosfera sospesa, dirigiamo a sud verso il confine serbo che raggiungiamo tagliando grandi estensioni di viti in cui già è cominciata la vendemmia.
Questo non è il viaggio per gettare uno sguardo all’interno della Serbia e dunque, passato il confine, attraversiamo il territorio di Sid, resistendo alla tentazione di guardare meglio le splendide facciate delle case che si affacciano sulla strada che ci porterà all’autostrada e al confine con la Croazia.
A Zupanja, dove ieri avevamo svoltato verso Vukovar, il navigatore ci consiglierebbe di proseguire ancora qualche chilometro in autostrada prima di abbandonarla per dirigerci a Sarajevo che ci attende a sud, ma noi vogliamo percorrere la strada 18 senza sapere bene il perché. Ci troviamo così a fare l’esperienza sconcertante di attraversare un Paese allo stesso tempo unito e profondamente diviso. Infatti, attraversato il fiume Sava, prima entriamo nel Cantone di Posavina della Federazione di Bosnia Erzegovina che lasciamo ben presto per fare il nostro ingresso nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, annunciata trionfalmente da grandi cartelli stradali. Sappiamo che anche la Republika Srpska fa parte della Federazione, ma tutto sembra indicare un’autonomia che sconfina nella secessione. Riusciamo anche ad attraversare brevemente il Distretto di Brčko, entità territoriale autonoma sia rispetto alla Repubblica Serba di Bosnia che alla Federazione e di fatto ancora controllata dalle Forze Internazionali. All’ingresso nel Cantone di Tuzla, la prima moschea col relativo minareto ci annuncia che qui prevale la popolazione musulmana.
Il territorio che abbiamo attraversato finora non offre grandi attrattive e lo sviluppo edilizio sembra essere caotico e disordinato. Questa è una delle poche zone pianeggianti dell’intera Bosnia e le conseguenze della guerra non sono ancora del tutto superate in una regione di confine in cui i combattimenti sono stati aspri e prolungati.
Occorre superare la città di Tuzla e raggiungere le montagne che sovrastano Kladanj per trovare un ambiente più congeniale al turismo. La strada, ben tracciata e ottimamente pavimentata, attraversa valli e passi montani con panorami grandiosi che cambiano ad ogni angolo. Nei piccoli borghi che si incontrano viene naturale chiudere il gas e alzare la mano in un cenno di saluto alle rade persone con le quali si incrocia lo sguardo.
Entriamo a Sarajevo da nord e siamo catapultati nel traffico nervoso di una grande città quando la gente torna a casa dal lavoro. Passiamo vicino allo stadio olimpico e una grande distesa di cippi bianchi calamita ilo nostro sguardo: è uno degli sterminati cimiteri, cresciuti in modo innaturale a causa della guerra e dell’assedio di quattro anni cui la città fu sottoposta fra il 1992 e il 1995.
Infine, raggiungiamo e percorriamo la Obala Kulina Bana, il grande viale che affianca il fiume Miljacka da un lato e i quartieri storici dall’altra.

25 Settembre
“L’Hotel Europa è il centro fisico e semantico della città di Sarajevo. È il centro fisico perché si trova esattamente sul confine fra la parte turca e quella austro-ungarica (ed) è al centro della città perché tutto ciò che è stato costruito dopo l’Austria non è una città – quale luogo di identità – ma un insieme di edifici la cui utilità oggettiva non li rende meno anonimi e impersonali” (Dzevad Karahasan, Sarajevo Exodus of a City, pag 113).
Ripenso a queste parole mentre passeggio a sera lungo Ferhadija, la via più centrale di Sarajevo.
Oggi abbiamo reso omaggio alla città che ha resistito a millequattrocentoventicinque giorni di assedio; alla città che ha pagato un tributo di più di dodicimila vittime al folle sogno della “Grande Serbia”. Le abbiamo reso omaggio con l’aiuto di Vili (www.sarajevodiscovery.com) che ci ha accompagnato lungo la strada per l’aeroporto facendoci rivivere attraverso i suoi occhi di bambino l’incubo di una vita quotidiana scandita dalla fame, dalla sete e dalla paura delle bombe e dei cecchini, ma anche sostenuta dall’orgoglio e dal senso di appartenenza. Vili ci ha condotto anche al Tunnel Spasa, il tunnel della speranza, costruito sotto l’aeroporto per portare in città ciò che non vi arrivava attraverso il corridoio umanitario dell’ONU.
Le abbiamo reso omaggio cercando le rose di Sarajevo, ovvero i crateri lasciati dalle granate che cadevano in città e mietevano vittime fra coloro che erano in coda per approvvigionarsi di acqua o di cibo e fra i bambini che cercavano di mantenere una vita normale giocando e andando a scuola; crateri oggi dipinti di una lacca rossa che col tempo si sta sfaldando e perdendo colore, quando non cancellata per rimuovere il lutto dalla città.
Le abbiamo reso omaggio visitando il Markale, il mercato rionale colpito da una bomba che uccise sessanta persone in un colpo solo e che oggi rivive di vita e di vite nuove.
Sarajevo è celebrata come un monumento alla tolleranza e alla convivenza: “una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera: un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico; ad un centinaio di metri uno dall’altro” (Predrag Matvejević). La “Gerusalemme d’Europa”. Ma quanta tolleranza rimane oggi a Sarajevo dopo l’orrore della guerra di quindici anni fa? Lo abbiamo chiesto ad un signore seduto vicino a noi a mangiare una pita al formaggio nella Bascarsjia.
“Dopo la guerra, cioè dopo la caduta della Yugoslavia, si vive sicuramente meno bene di prima; si sono create troppe differenze tra ricchi e poveri. Prima esisteva il ceto medio, ora averne uno è un’utopia. Il punto di forza di Sarajevo è la popolazione che conserva il desiderio di aiutarsi l’un l’altro, di dividere il poco che si ha e tutto questo sempre accompagnato da un buon senso dell’umorismo.
La comunità serbo-bosniaca esiste ancora a Sarajevo. Prima che la guerra iniziasse, molti Serbi avevano lasciato la città e si dice che fossero stati informati preventivamente, ma molti altri erano rimasti a Sarajevo e vivevano la stessa vita che facevamo tutti: facevano la fila per l’acqua, per il cibo, ecc. Molti si erano anche arruolati nell’esercito bosniaco insieme alle altre etnie. Io dico sempre che tutti quelli che sono rimasti qui, sono rimasti perché questa era la loro città, sono nati qui, sono cresciuti qui, si sono sposati qui, e qui hanno cresciuto i loro bambini. Sono rimasti per proteggere la loro città e le loro famiglie. Quindi il rapporto che oggi hanno i Serbi con gli altri dipende dal loro modo di comportarsi verso gli altri. Se cercano grane, le troveranno sicuramente; se invece sono più propensi a una vita condivisa, è molto probabile che la trovino.
Le faccio un esempio. Nell’edificio dove vivevo all’epoca, era un giorno in cui distribuivano l’acqua con un’autobotte. Tutti gli inquilini erano scesi a fare la fila e dopo un po’ di tempo, quando si era creata già una bella fila di persone, esce questa signora, serba o ortodossa, che dice: “Io sono Serba, fatemi prendere l’acqua per prima, qui nessuno rispetta i Serbi”. Al che una signora le risponde: “Aspetta il tuo turno come facciamo tutti. Pensi che a Pale (che era una delle centrali dell’armata serba durante la guerra) a me che sono musulmana mi permetterebbero di parlare cosi? Ah no, lì non mi permetterebbero nemmeno di vivere.”
Ma reputo gli abitanti di Sarajevo gente molto aperta e disposta alla riconciliazione. I rapporti sono sicuramente cambiati; non esiste più quel famoso slogan del comunismo yugoslavo: “Fraternità e unità”; però Sarajevo ha una tradizione secolare di convivenza e coesistenza e posso dire che chiunque qui può sentirsi a casa senza sentirsi discriminato”.
Dedichiamo parte della giornata a visitare il ricchissimo patrimonio storico e culturale di Sarajevo: Piazza Sebilj (la piazza dei colombi), la moschea Husrev Begova, Kazandziluk, lo Stari Hram, la cattedrale cattolica; ci aggiriamo lungo i bellissimi vicoli del mercato della Bascarsjia dove, insieme al ciarpame turistico si mescolano ancora oggetti artigianali straordinari.
Ed ora è sera e passeggiamo lungo Ferhadija. Il quartiere ottomano è buio; le botteghe chiuse. La vita si è spostata nel quartiere europeo, scintillante di luci, pulsante di ritmi viscerali e di movida, animata di folla che passeggia e riempie i locali che si susseguono l’uno dopo l’altro.
Il quartiere ottomano è buio ed oggi sopravvive solo per i turisti, ma è importante che sopravviva accanto alla città moderna perché senza di esso Sarajevo non sarebbe più la città simbolo della tolleranza e della convivenza, ma diverrebbe la città del Ponte Latino vicino al quale si consumò l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, la città dell’odio nazionalistico.

26 Settembre – Km 301
Oggi riprendiamo la motocicletta ed usciamo da Sarajevo lungo la strada 19 verso est. Dopo qualche chilometro incontriamo ancora una volta il grande cartello che ci avverte che stiamo entrando nella Republika Srpska e poco dopo è la volta della deviazione per Pale che durante la guerra rappresentò il quartier generale amministrativo del governo serbo-bosniaco ed è oggi una delle municipalità della “città” di Sarajevo Orientale, di fatto un vasto territorio che raccoglie i villaggi, le cittadine ed alcuni di quelli che erano i suburbi di Sarajevo prima della guerra a prevalenza serba.
Noi proseguiamo verso Podromanija alzandoci progressivamente di quota sulla Montagna Romanija per scendere nella valle vicina con pochi larghi tornanti che inviterebbero ad aprire il gas se i limiti di velocità e la fitta presenza di pattuglie sulla strada lo consentissero.
Lasciamo la 19 per dirigerci verso Rogatica sulle ondulazioni di uno sterminato altipiano; attraversiamo lentamente la cittadina a causa dell’intenso traffico senza trovare motivo per una sosta. Appena fuori dall’abitato, la strada si insinua nella profonda gola del fiume Praca che prosegue per una ventina di chilometri fino a sfociare nella Drina, nei pressi di Goradze.
La Valle della Drina è ampia, circondata da alte montagne rocciose e ammantata di boschi lussureggianti. Il fiume, che si dirige ad est, è verde smeraldo, quasi immobile e possente, imbrigliato da una diga alcuni chilometri oltre.
Prendiamo a sinistra verso la nostra meta, Visegrad, sulla bellissima strada che alterna lunghi tratti panoramici e ripetute gallerie che tagliano la roccia quando la valle si restringe.
Infine, dietro una curva, poco dopo la diga che sbarra la Drina, compare la città sparsa sulle due rive del fiume ed unita dal famoso ponte turco.
Il ponte fu costruito fra il 1571 e il 1577 sulla strada per Costantinopoli con i soldi donati da Mehmed Pascià Sokolovic, gran visir di tre sultani e proveniente da un villaggio vicino a Visegrad. È il protagonista immobile ed il testimone di una storia lunga quattro secoli scritta da Ivo Andric in un famosissimo libro e nella quale convivono e lottano fra loro bosgnacchi, serbi e austro-ungarici. Ivo Andric descrive così il ponte: “è lungo circa duecentocinquanta passi e largo una decina, tranne che al centro, dove è ampliato mediante due terrazzi perfettamente identici, uno su ciascun lato della carreggiata, che gli fanno raggiungere una larghezza doppia. È questa la parte che si chiama “porta”, e qui, sul pilastro centrale, che in alto si allarga, su entrambi i lati si trovano delle sporgenze, sì che, a sinistra e a destra della carreggiata, poggiano sulla base due terrazzi, i quali, con linea ardita ed armonica, si protendono nello spazio oltre la struttura principale del ponte, al disopra dell’acqua rumorosa e verde che scorre in basso. Sono lunghi quasi cinque passi e alti altrettanto, recinti da un parapetto di pietra, così come lo è il ponte in tutta la sua lunghezza, ma altrimenti aperti e non riparati. Il terrazzo di destra, venendo dalla città, si chiama “sofà”. Vi si accede salendo due gradini, ed è orlato di sedili cui il parapetto funge da spalliera, e sia i gradini che i sedili ed il parapetto sono tutti della medesima pietra chiara. Il terrazzo di sinistra, dinanzi al sofà, è identico, ma è vuoto, senza sedili. Al centro del suo parapetto il muro si eleva al disopra dell’altezza di un uomo: in esso, nella parte superiore, è situata una targa di marmo bianco sulla quale è incisa una ricca iscrizione turca, un tarih, con un cronogramma che, in tredici versi, indica il nome del costruttore del ponte e l’anno della costruzione”. (Ivo Andric, Il ponte sulla Drina)
Accanto al ponte cerco l’Albergo di Lotika, descritto anch’esso nel romanzo, che effettivamente esiste ancora, ma è stato ammodernato sommariamente, tinto di giallo acido e al pianterreno oggi ospita una sala giochi. Che delusione! Io cercavo l’Hotel zur Brucke sperando fosse ancora così: “al piano superiore c’erano sei stanze linde e ordinate per i clienti, e in quello inferiore due sale, una grande e una piccola. Nella sala grande andavano gli avventori più modesti, i comuni cittadini, i sottufficiali e gli artigiani. La sala piccola era separata da quella grande mediante una porta di vetro opaco, nella quale, su di un battente, era scritto Extra e, sull’altra, Zimmer”.
So che il caravanserraglio fatto costruire assieme al ponte è stato abbattuto tanto tempo fa per fare posto alla caserma, ma dov’è finita anch’essa? Forse, “l’osteria di Zarija” è quel lungo stabile a due piani, vuoto e abbandonato, parzialmente nascosto dal pullman di giapponesi che ora stanno sciamando sul ponte, ma come sincerarsene? L’Ufficio Turistico alloggiato in un gabbiotto di vetroresina è chiuso. E che fine hanno fatto le botteghe e i magazzini di Alihodja, di Pavle Rankovic, di Mihailo Ristic e di tutti gli altri? Magari i loro eredi mi vengono incontro mentre passeggio o sono quei ragazzi seduti al bar che chiacchierano come facevano i loro avi seduti sul “sofà” del ponte che oggi hanno ceduto ai turisti.
Lascio Visegrad con questi dubbi in cui la città letteraria si confonde con quella reale. A Goradze dirigiamo a Foca e da lì riprendiamo la 18 verso nord per sbucare all’aeroporto. La strada si dimostra altrettanto bella del tratto percorso l’avantieri per arrivare a Sarajevo da Tuzla.

27 Settembre – Km 332
Il viaggio è al termine, ma abbiamo ancora due mete prima di prendere la strada di casa: Mostar e Dubrovnik.
La prima è celebre per il suo vecchio ponte e per il fatto che il ponte fu abbattuto nel corso del conflitto degli anni novanta ad opera dell’esercito croato-bosniaco, forse uno dei gesti che più colpirono l’opinione pubblica per la sua inutilità militare ed il chiaro significato ideologico di separare la comunità cristiana da quella musulmana.
Dubrovnik è famosa per la sua bellezza e per il bombardamento nel 91-92 ad opera delle Forze serbo-montenegrine che ne danneggiarono seriamente molte opere d’arte senza riuscire però riuscire a raggiungere lo scopo di staccare la città dalla nascente Croazia.
Ripercorriamo il viale dell’aeroporto e lasciamo Sarajevo sulla strada 17. I primi trenta chilometri sono faticosi per il pesante traffico, ma subito dopo Tarcin la strada si libera e corriamo lungo un lago artificiale, circondati da alte vette di tipo alpino.
A Jablanica imbocchiamo la valle della Neretva che ci accompagnerà fino a Mostar. Il fiume scorre lentamente e maestoso, punteggiato di piccoli allevamenti di pesce d’acqua dolce; prima della città ci accorgeremo che il motivo di tanta imponenza è anche in questo caso una diga che blocca la corsa delle acque.
Arriviamo a Mostar verso le undici e ci rendiamo conto di avere sbagliato i conti: l’estate è finita, ma non il turismo. La città vecchia è intasata di persone che vagano incolonnate fra bancarelle e ristori; l’attrazione principale sembrano essere due giovanotti che, in costume da bagno, promettono di tuffarsi nella Neretva e intanto raccolgono soldi dai curiosi.
Abbiamo sbagliato i conti e ieri sera avremmo fatto meglio ad imboccare la strada per Mostar a Foca invece di tornare a Sarajevo. Ma tant’è, il danno è fatto. Raggiungiamo velocemente la motocicletta, facciamo due chiacchiere col posteggiatore a cui avevamo lasciato in custodia anche le giacche e ripartiamo subito.
Per raggiungere Dubrovnik non proseguiremo sulla strada 17, ma risaliremo l’altopiano Podvelezje e scenderemo a Gacko e Trebinje.
L’altopiano si rivela bellissimo e molto vario. Nella prima parte si corre in un ambiente carsico, arido e deserto in vista del Monte Velez. Salendo da Mostar, pochi chilometri dopo la deviazione dalla strada 17 si incontrano sulla destra i resti di un poderoso castello medievale: il castello di Herceg Stjepan che governò la Regione nel corso del Medio Evo. Sull’altopiano incontriamo qualche auto, ma nessuna apparente coltivazione o allevamento. Da Nevesinje, che si raggiunge dopo trenta chilometri, il paesaggio lentamente si trasforma e si corre lungo tortuosi valloni attraversando piccolissimi villaggi deserti ed incontrando mucche al pascolo che stazionano pigramente sulla strada.
A Gacko ci da il benvenuto l’estesa miniera di carbone a cielo aperto e la grande centrale termoelettrica annessa; il territorio appare profondamente segnato dall’attività estrattiva, ma la devastazione del territorio dura poco perché, una volta attraversata la cittadina, riprende il bellissimo altipiano che corre in direzione nord-sud.
La strada si fa ancora più interessante dopo Bileca quando si incontra un altro grande lago artificiale (Bilecko Jezero) che si costeggia per qualche chilometro prima di arrivare a Trebinje, sullo sfondo a sud le montagne che separano questa zona dalla costa adriatica.
Poco prima di Brgat e del confine con la Croazia, la strada raggiunge la costa e incombe con bellissima vista sul golfo di Cavtat, Ragusavecchia, l’antica Epidauro.
Passiamo la sera a Dubrovnik, affollata di turisti ed in festa per una manifestazione folcloristica. La città è stata ricostruita ancora più bella di quanto fosse prima del bombardamento ed occorre entrare nella galleria War Photo Limited (www.warphotoltd.com), di cui raccomando caldamente la visita, per ricordarsi che anche questa città fu coinvolta nel conflitto con quindicimila sfollati e un’ottantina di morti fra i civili.
Dopo Dubrovnik risaliamo lentamente la Costa Dalmata, godendoci lo splendido panorama, ma questa è un’altra storia.

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5 risposte a Fra Croazia e Bosnia Erzegovina

  1. franco ha detto:

    Ciao, complimenti bel giro, ed ottimo report con foto stupende. Nel 2014, fine giugno, ho intenzione di fare un tour in quelle zone. Se hai info da consigliarmi sono ben accette. Io però non ho la moto ma un maxi scooter Honda 600, con cui giro l’Italia e un poco d’Europa!, ed appunto la ex Iugoslavia mi manca.
    grazie1000
    ciao ciao
    franco(gattopigro)
    Cremona

  2. Carmine ha detto:

    Bel resoconto Giulio, davvero molto bello!
    Non vedo l’ora di partire anche io per visitare l’intera Bosnia ad aprile!
    Carmine

  3. alberto ha detto:

    bellissimo racconto e fantastiche le foto…quelle in BN rendono veramente l’idea di quello che possono aver passato nei momenti della guerra.
    bravo!!

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