Il Suk di Aleppo

Leggo nella Repubblica di oggi che “violenti combattimenti sono in corso nel suk di Aleppo”, Siria. Già ieri una parte consistente del mercato coperto era stata distrutta dai combattimenti e “secondo quanto riferisce un funzionario del turismo, da sabato scorso sono stati dati alle fiamme oltre 500 negozi storici del centenario mercato coperto”.
Assieme alle vittime civili e militari (tante, troppe) non sono solo i beni economici ad andare in fumo, ma anche il senso stesso di una città e della convivenza civile ad essere distrutti.
In un bel libro su Sarajevo (Sarajevo Exodus of a city, Connectum 2012), Dzevad Karahasan scrive: “a Charshiya (il suk di Sarajevo), gli abitanti di tutti i quartieri si incontrano, comunicano, cooperano, e vivono l’uno vicino all’altro, aiutandosi tutti vicendevolmente, lavorando assieme o l’uno contro l’altro, sostenendosi o imbrogliandosi, dimostrando attraverso quella collaborazione o quel conflitto, la loro elementare umanità e dunque realizzando l’universalità delle loro culture e quella componente che li rende universalmente umani”.
La distruzione del suk di Aleppo è dunque immensamente di più di un enorme carico di sofferenze che nessun popolo merita; è la dissoluzione di relazioni umane che sarà difficile ricostruire.
La comunità internazionale, cinicamente, sta a guardare.
E noi? Noi che abbiamo curiosato nella vita di quel Suk; noi che abbiamo fotografato scambi e commerci che nel mondo occidentale sono spariti da decine di anni, sostituiti dall’anonimato del self service; noi che abbiamo incrociato gli occhi con bambini e adulti sorridenti?
Noi che amiamo quei luoghi, quando tutto questo sarà finito, come potremo tornare là senza abbassare gli occhi per la vergogna di non avere fatto nulla perché l’orrore non continui a ripetersi?

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4 risposte a Il Suk di Aleppo

  1. Max510 ha detto:

    ormai non riusciamo ad arrossire più per nessuna vergogna 😦
    dopo Sebrenica, dopo i politici italiani…

    uno dei miei aforismi preferiti :
    “Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare”
    Albert Einstein

  2. leopoldo "A'mbabu" ha detto:

    Ecco, l’indignazione non basta più. E anche la pressione, occorrerebbe atomica. Quella che vogliono in Iran. Tempo fa, Massimo Fini ha scritto sul Fatto un articolo in cui rivedeva i risultati del governo dei talebani in Afganistan confrontandoli con quelli “della liberazione democratica occidentale”: se lo trovo, te lo mando. Per la verità, io non so più cosa fare. Come protestare. Per chi e soprattutto: con chi protestare. Suggerimenti? Non so, i Radicali? Almeno per le carceri e i diritti umani, quelli si sono sempre battuti. Ma la politica estera, quella che dovrebbe combattere per questo, non è quella della “nipote di Mubarak”? Che neanche sanno chi è?
    Un abbraccio.

  3. leopoldo "A'mbabu" ha detto:

    Quale vergogna per cui abbassare gli occhi? Forse la sola cosa che possiamo vantare è proprio di non aver fatto nulla per PROMUOVERLO, quell’orrore ripetuto. Borges l’ha sintetizzato in un racconto: il boia nazista esultante perchè la sua morte comminata dimostrava la vittoria dell’ideale (di violenza e sopraffazione) per cui aveva combattuto. Forse la sola cosa che possiamo fare per combatterlo, questo orrore quotidiano, è di raccontare il bello, e smussare gli angoli nei rapporti umani. Più facile a dirsi, che a farsi. Però….

    • giulio1954 ha detto:

      Quale vergogna per cui abbassare gli occhi, mi chiedi?
      Hai ragione che l’unica cosa che possiamo vantare è non aver fatto nulla per promuoverlo quell’orrore ripetuto, almeno noi “opinione pubblica” europea ed occidentale, ma è sufficiente?
      È sufficiente alle nostre coscienze? È sufficiente alle coscienze dei cittadini di Aleppo, di Homs, di Damasco che si sentono abbandonati dall’Occidente e sentono vicini solo gli integralisti musulmani pronti a cavalcare il malcontento per approfondire il solco che divide Islam e Occidente?
      Quando domani torneremo in quei luoghi, credi che gli occhi dei siriani saranno ancora così sorridenti quando incroceranno i nostri?
      Forse mi chiederai cosa potremmo fare. Ti rispondo: indignarci innanzitutto. Indignarci non solo nello sguardo distratto al telegiornale che passa da una notizia all’altra; indignarci non solo in un blog o in un forum, luoghi di aggregazione effimera e virtuale, ma indignarci come sapevamo fare una volta quando ci riunivamo in piazza per manifestare solidarietà e/o protesta per mille cause perse.
      Cause perse, certo, ma forse non del tutto se i Governi sentissero una pressione popolare a cercare soluzioni che non fossero solo equilibri sullo scacchiere del confronto fra grandi blocchi.
      Cause perse, forse, ma almeno potremmo tornare ad Aleppo con la testa alta.

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