Quando un sogno comincia a prendere forma

È passato quasi un mese dalla precipitosa ritirata con cui abbiamo interrotto il viaggio in Bretagna. I giorni sono passati con la rassegnata convinzione che al momento non ci sia spazio per altri sogni nel cassetto perché si avvicina l’autunno e non potrò abbandonare il lavoro per il tempo necessario ad andare lontano e perché l’anno prossimo è troppo distante.
Eppure, da qualche giorno torno e ritorno a guardare le fotografie del viaggio a Capo Nord e ad aprire il quaderno Moleskine in cui due anni fa scrivevo il diario della giornata. Mi soffermo in particolare alla pagina del 5 agosto e a quella del giorno successivo.
“Oggi è il gran giorno: si arriva a Capo Nord. Suona ridicolo anche a me affermarlo, eppure sento che arrivare lassù significherà raggiungere una meta che non ero sicuro sarei stato in grado di raggiungere in motocicletta e dunque sarà stata un’impresa. Appena sveglio, scosto la tenda della camera. “Piove” dico a Maria Grazia. Tanto era radioso il cielo ieri sera quanto oggi si presenta grigio e compatto e piove a dirotto. Prepariamo in silenzio i bagagli e in silenzio consumiamo la colazione. Da Kautokeino proseguiamo per una trentina di chilometri sulla 93 in direzione di Alta e poi la abbandoniamo per dirigerci verso Karasjok sulla 92. Presto, la visiera si appanna e indovino la strada più che vederla. Chissà se con il maltempo le renne se ne stanno buone o se ne vanno in giro noncuranti della scarsa visibilità, mi chiedo. Con questo tempo, se ne trovassi una in mezzo alla strada, la centrerei come un missile, altroché scansarla. Sempre avanti, fra laghi che Maria Grazia mi descrive nell’interfono, e saliscendi infiniti. Ad una trentina di chilometri da Karasjok, la pioggia cala di intensità e posso alzare un po’ la visiera. Intravedo così una successione di modesti picchi e vallette ricoperte di bassi arbusti e, nei lati sottovento, fitti boschetti. Specchi d’acqua ad ogni passo, alcuni ampi ed altri poco più grandi delle pozze scavate sui Lessini per raccogliere l’acqua piovana ed abbeverare le bestie. In un centinaio di chilometri, avremo incrociato una decina di case, pallide ombre che fuggono indietro appena le scorgiamo. Roberto e Lorenza, che avevamo perso di vista appena imboccata la 92, ci attendono al palazzo del Parlamento Sami che visitiamo distrattamente per infilarci in un caffè nella periferia di Karasjok e scaldarci con un caffè. Riforniamo le motociclette e infiliamo la E6 che ci porterà a Lakselv e a Olderfjord, al bivio con la E69. Ha ripreso a piovere e percorriamo la strada fra Karasjok e Laksev senza poter godere minimamente del panorama. A Laksev, facciamo il pieno di carburante ed utilizziamo la toilette della tavola calda sull’altro lato della strada. Seduti al tavolo, anziani e bambini ci guardano curiosi passare fra loro infagottati e gocciolanti. Ora siamo sul mare. La strada si alza e si abbassa lungo il Golfo di Porsangen, punteggiato di piccole e grandi isole. La pioggia va e viene ed il vento ha rinforzato. Fa freddo e speriamo di incontrare un punto di ristoro in ognuno dei rari villaggi che attraversiamo, ma dovremo percorrere tutti i sessantaquattro chilometri che ci separano da Olderfjord per trovare infine una tavola calda. La zuppa del giorno è di pomodoro, probabilmente una Campbell’s, ma è calda e deliziosa. All’ufficio turistico ci informano che oggi il cielo resterà coperto e basso, ma domani dovrebbe uscire il sole. Speriamo. Riparto con il formicolio nella braccia per l’eccitazione e, sebbene sappia che mancano ancora più di cento chilometri per raggiungere Honningsvag, ogni tunnel che incontriamo mi aspetto sia quello che ci traghetterà sull’isola di Mageroya. La strada percorre la costa con belle viste sul mare cupo a destra e sulle colline verdi imbacuccate di nebbia sulla sinistra. Gli avvistamenti di renne aumentano e ogni volta occorre rallentare per superarle in sicurezza. Ogni ansa della costa è occupata da una casa di pescatori, le più grandi da due o tre ben lontane fra di loro, e, laddove lingue di terra verdissima si tuffano nel mare, c’è lo spazio per ordinatissime fattorie. Ciclisti con i mezzi più svariati si affaticano sulle rampe e si gettano senza ritegno nelle lunghe discese. Li sento compagni di avventura e li saluto tutti, spesso ricambiato. Infine, eccoci al tunnel che precipita in basso nell’aria che si fa ghiaccia e risale ripido fino a sbucare dall’altra parte. Nel buio e con quelle pendenze, i ciclisti avranno il loro bel da fare. La sosta obbligata per pagare il pedaggio e poi gli ultimi chilometri. Superiamo Honningsvag praticamente senza fermarci e ci mettiamo alla ricerca di una hytte che troviamo al Naf Nordkapp Camping nello Skipsfjorden. Depositiamo i bagagli e risaliamo subito in moto per raggiungere Capo Nord. La strada, subito dopo il campeggio, risale con quattro tornanti una parete rocciosa e poi entra nella nebbia. La visibilità si riduce praticamente a zero e proseguiamo seguendo la linea gialla tratteggiata di mezzeria fino alla barriera di pagamento. Parcheggiamo e ci dirigiamo a piedi verso la massa più scura del centro visitatori in cerca del mappamondo, raggiunto il quale abbraccio Maria Grazia e gli amici con cui abbiamo condiviso il viaggio. “
“Al risveglio il cielo è grigio e le montagne hanno ancora il colbacco di nebbia, ma nel giro di un’ora compaiono squarci di azzurro che aprono la strada al sole. Risaliamo la strada già percorsa; in quota l’altopiano è un balcone aperto sui fiordi azzurri che penetrano profondi a destra e a sinistra. Branchi di renne, timide e curiose, rallegrano la vista. Al Capo ripetiamo le foto e scrutiamo la linea dell’orizzonte a nord, sperando di scorgere almeno un accenno delle Isole Svalbard che però sono troppo lontane. Sulla strada del ritorno, dopo una ventina di chilometri deviamo a destra verso Gjesvær. L’altopiano è deserto e l’unica compagnia sono le renne ed il vento. Lunghi rettilinei e curve dolcissime si susseguono e poi la strada cala in una valletta di sfasciumi occupata interamente da un lago blu, uscendone da un intaglio nella roccia oltre il quale la vista si allarga in basso sul villaggio di casette colorate affacciate sul mare azzurro. Sullo sfondo, tre picchi azzurri si stagliano nel sole. Entriamo in paese al minimo, quasi timorosi di rompere l’incanto e, dopo un giro nelle due vie principali, seguiamo l’indicazione di un ristorante dove ci attardiamo al tavolo sulla terrazza illuminata da un caldo sole. Non vorremmo andarcene da qui perché forse è proprio quello che siamo venuti a cercare, ma la strada ci richiama. Ripercorriamo la strada di ieri con preoccupazione crescente mano a mano che i chilometri si susseguono senza l’ombra di un distributore perché non abbiamo fatto rifornimento a Honningsvag, finché poco prima di Russeness ne incontriamo uno.”
Guardo le foto, leggo e rileggo quegli appunti e lentamente si fa strada un pensiero che mi procura un brivido di eccitazione: se tornassimo a Capo Nord il prossimo anno?

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Una risposta a Quando un sogno comincia a prendere forma

  1. Paolo Bonazzi ha detto:

    Caro Giulio, sapevo che ci saresti ricascato, prima o poi.
    Quei luoghi lasciano un segno indelebile, tornarci è quasi un obbligo.
    Posso affermarlo per esperienza diretta, ci vado ogni anno fin dal lontano 1977.

    paolo (paolo2145)

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