Il tempo sospeso: viaggio in Basilicata.

1 di Aprile

Oggi abbiamo preso contatto con le strade e le valli di Lucania, sebbene già ieri avessimo avuto un primo assaggio degli ampi panorami che ci aspettavano, percorrendo il raccordo autostradale che si distacca verso Potenza dalla Salerno-Reggio a Sicignano.
Da Picerno ci dirigiamo a Baragiano Scalo e a Ruoti per inerpicarci sui ripidi tornanti della Via Appia in direzione di Potenza. Dal Valico di Monte Romito la vista spazia a 360° verso il Monte Li Foi a sud e i  Monti Santa Croce, Pierno e Caruso a nord.
A Potenza non entriamo in città, ma prendiamo la strada che porta verso Rionero e Melfi. Le mete della giornata sono molte e speriamo di mantenere intatte curiosità ed energia fino all’ultima, sebbene a fine giornata non sarà così.
La prima tappa è Castel Lagopesole per visitare il castello di Federico II che raggiungiamo in moto al termine di un’erta salita. La costruzione è imponente e complessa e il panorama incantevole, specialmente in direzione del Monte Vulture che si eleva al di là di un’ampia valle punteggiata dagli abitati di Atella e Rionero. Fra i reperti, non molti per la verità, spicca una nassa colma di conchiglie di ostrica, specialità evidentemente molto apprezzata a corte.
Scendiamo verso Atella con bella corsa sulla statale 93 e, subito dopo il paese, all’altezza del monastero di Santa Maria degli Angeli, svoltiamo a sinistra verso i laghi di Monticchio. I laghi sono due, di forma tondeggiante, stretti l’uno all’altro all’ombra del vulcano di cui rappresentano i resti del cratere. Non si riesce a vederli nella loro completezza circondati, come sono, da una fitta boscaglia. In compenso si vedono molti motociclisti che salgono, scendono, o sostano vicino ai laghi.
Dopo una breve sosta di fronte all’Abbazia di San Michele, si riparte in direzione di Melfi, piatto forte della giornata. La strada scorre fra le gobbe finché in lontananza compare il paese coronato della mole di un altro castello federiciano.
All’interno del castello visitiamo il ricco museo archeologico del Vulture e del Melfese che custodisce splendidi corredi funerari risalenti all’età del Bronzo, del Ferro e successive. Monumentale il sarcofago in marmo bianco di epoca romana ritrovato fra i resti di una villa romana nei dintorni di Rapolla.
Sarebbe ora di una sosta ristoratrice, ma tutti i locali sono sbarrati per la pausa meridiana. Ci sarebbero anche tante altre cose da vedere, ma non vogliamo attardarci. Riprendiamo dunque la strada che ci porterà a Venosa in un paesaggio collinare in cui le abitazioni sono rare e distanti fra loro. Sui crinali in alto, girano le pale eoliche, presenze aliene e un po’ inquietanti.
Poco prima di raggiungere la città, sulla sinistra osserviamo sfilare i resti di un paese senza nome, abbandonato e diroccato. Nella campagna si incontrano numerosi cani che girano da soli e potrebbero rappresentare un pericolo se attraversassero improvvisamente la strada.
Venosa meriterebbe tempo e dedizione per gustare le tante meraviglie archeologiche e monumentali, ma noi cominciamo a difettare dell’uno e dell’altra sicché ci accontentiamo di una passeggiata fra il castello e la chiesa incompiuta.
Per tornare a sud senza fare un largo giro, le possibilità non sono molte e tutte obbligano a lunghi saliscendi delle diverse gobbe che separano Venosa da Acerenza dove vogliamo gettare almeno un’occhiata alla grandiosa cattedrale. La strada è lunga, faticosa e spesso disorientante perché sembra perdersi nella campagna disabitata. Passiamo così Maschito e Forenza con un panorama grandioso, splendidi crinali, rari incontri e un percorso a tratti godibilissimo.
Arriviamo ad Acerenza – su cui svetta da lontano l’imponente mole della cattedrale rinserrata fra le case – che stanno per cominciare le funzioni religiose e dunque la visita è di necessità molto breve. Usciti dalla cittadina, ci tuffiamo nella valle del Bradano con larghe curve e raggiungiamo il fondo valle all’altezza dell’invaso di Acerenza per risalire l’altro versante fra mille tornanti a gomito che ci conducono a Pietragalla e da lì a Potenza e a Picerno. Stanchi, rinunciamo a tornare in città per la cena e ci godiamo il ristorante dell’hotel Bouganville.

2 Aprile

Da Picerno scendiamo a Tito sulla statale 95, attraversando una fredda nuvola che per qualche minuto ci intirizzisce e ci toglie la visibilità. La strada è molto trafficata, ma appena fuori dalla città, verso Satriano ritroviamo il nostro ritmo e ci scaldiamo al sole che ha ripreso a splendere.
Non percorriamo la variante veloce, ma la vecchia strada che è molto divertente e passa sotto la i resti di una torre. Non rimane altro della roccaforte longobarda, distrutta a più riprese nei secoli.
Non entriamo a Satriano e proseguiamo sulla variante che l’aggira verso Brienza.
All’ingresso del borgo, si innalza la bella vista del castello medievale abbracciato alle ginocchia dalle case medievali. Il centro pedonale si presenta grazioso e curato.
Una bella corsa ci porta verso i Monti della Maddalena e la Val d’Agri per raggiungere Viggiano, appostata a guardia del Lago di Pietra del Pertusillo e dei resti dell’antico insediamento di Grumentum.
Il paese offre una singolare tradizione: molti portali delle belle case sono decorati in chiave di volta dall’immagine dello strumento musicale di cui il proprietario era maestro. “Ho l’arpa al collo, son viggianese, tutta la terra è il mio paese” scriveva il poeta Parzanese a proposito dei musicanti viggianesi. Altri portali recano immagini differenti, ma altrettanto curiose. Ci sarebbe da visitare anche la chiesa madre per onorare la devozione dei Lucani alla Madonna Nera, ma rimandiamo ad altra occasione e, dopo avere scambiato due parole con il gruppo di curiosi che si sono avvicinati alle nostre moto, ripartiamo verso il lago.
Sfioriamo Moliterno e raggiungiamo Sarconi dove abbandoniamo la statale 103 e prendiamo una provinciale che ci porta a Spinoso e poi alla diga che forma il lago di Pietra del Pertusillo. Questa strada risulterà una delle più divertenti di tutto il lungo giro per le tante curve ben disegnate e il bosco ancora spoglio in cui corre.
Il lago offre uno splendido panorama e la curiosa vista di enormi banchi di grossi pesci a ridosso della diga, percorsa la quale risaliamo verso Montemurro per tornare a Moliterno. Abbandoniamo la statale 103 e ci inoltriamo su strade secondarie verso il Monte Raparo ancora imbiancato di neve. La strada è molto dissestata a causa del maltempo invernale che quest’anno ha colpito duro ed occorre procedere lentamente e con attenzione fino ad un passo innominato oltre il quale la strada percorre un faggeto e mostra evidenti i segni della neve nei guard-rail divelti e nei cedimenti del terreno. Scendiamo lungamente a fianco del Monte Sirino in un ambiente severo e che incute un po’ di soggezione fino a Lagonegro.
Imboccata la 585, ci dirigiamo a sud verso Trecchina dove affronteremo l’ultima dolce traversata della giornata, quella del Monte Crivo al Passo della Colla, per raggiungere il Mar Tirreno e Maratea. Il clima cambia radicalmente: il vento aspro di gelo della montagna invernale lascia il posto ad una brezza profumata e la luce si fa calda mentre scendiamo e scendiamo verso il Golfo di Policastro. Sulla sinistra compare e scompare la statua del Redentore che domina la cittadina.
La sera ceniamo in un ristorante ben recensito, ma che non ci convince del tutto, più sofisticato che ricercato: il Sacello.

3 Aprile

Oggi è la giornata del Monte Pollino. Prendiamo la litoranea verso Castrocucco e lì per pochi chilometri la 585 in direzione nord, fino a Lauria. La cittadina è arrampicata su un ripido costone ed è molto animata. Nella sosta per il caffè scambiamo due chiacchiere con la gentile signora del bar circa il recentissimo episodio di cronaca nera particolarmente curioso perché iniziato con lo sfondamento della vetrina di una macelleria. Come capita in ogni paese, l’espressione della signora è di chi sa e non dice tutto al forestiero, o così almeno mi piace immaginare. Arriva il figlio e il discorso si sposta sul nostro viaggio che appare un po’ straordinario, qui come altrove nei luoghi che visiteremo.
Un saluto e ripartiamo seguendo le vie di Lauria fino al culmine dove la strada passa a livello del cocuzzolo che ospita i resti di un vecchio maniero. Sullo sfondo, lontano, la nostra meta: il Monte Pollino. Verso Castelluccio e Rotonda, la strada, molto bella, corre in un’ampia valle su e giù a volte nel bosco e a volte con la visuale libera sul Monte che si avvicina.
Ci fermiamo agli Uffici del Parco Nazionale per chiedere informazioni e ne usciamo con dritte certe sulla strada da seguire e sommersi di materiale video promozionale. Abbiamo dovuto forzarci di salutare il nostro interlocutore perché la sua conversazione è così piacevole da perderci giorno.
Scendiamo verso Campotenese, ma presto deviamo ad est per correre tutt’intorno alla Serra di Mauro fino al Colle del Dragone e Piano Ruggio. La strada è molto dissestata e occorre procedere con attenzione; siamo anche costretti a guadare due profonde pozzanghere che occupano tutta la sede stradale. La vista a sud sui cocuzzoli che spuntano dalla densa foschia è folgorante. Oltre il Passo, la strada procede fra due muretti di neve fino al Piano e al Rifugio De Gasperi dove sostiamo e ci rifocilliamo con uno splendido panino al capocollo. Siamo tentati di raggiungere il Belvedere del Malvento dove potremmo scorgere qualche pino loricato, ma la camminata nella neve spaventa i miei compagni e rinunciamo.
La discesa prosegue lunga e presto la neve lascia posto ai prati verdi in cui incontriamo piccole mandrie di cavalli. In tutta la traversata del Pollino incontriamo solo un pullman di turisti che procede in direzione contraria alla nostra.
San Severino Lucano ci accoglie deserta e non ci fermiamo a lungo, ma proseguiamo per la Valle del Sinni dove ci aspetta una serata d’eccezione. La strada fino all’incrocio con la 653 “Sinnica” è molto divertente e si immette in corrispondenza della Grancìa di Ventrile, complesso monastico oggi diroccato che fu sede di attività agricolo-pastorali e che era collegato da un condotto all’abbazia del Sagittario, pare adibito al trasporto del latte. La Grancìa oggi è completamente inglobata negli svincoli stradali e, seppure non visitabile, è molto suggestiva con le sue caratteristiche di convento fortificato.
La sera, Rocco, amico di Franco, ci porta prima a prendere l’aperitivo in una cantina caratteristica della zona, scavata nel tufo e molto bella, e poi a casa dove Anna, la moglie, ha preparato un vero e proprio banchetto. I cibi, deliziosi, sono tantissimi, ma mi piace ricordare in particolare gli Gnummareddi, involtini di fegato, polmone e rognone stretti all’interno del budello di agnelli. Li prenderò anche in un noto ristorante di Matera, ma non saranno così saporiti. Rocco prepara da sé i salumi che gustiamo e il suo vino, sincero, accompagna benissimo la splendida cena. La compagnia di Rocco e Anna, e quella dei loro tre splendidi figli, è il momento più bello di tutto il viaggio.

4 Aprile

La nostra prima tappa è Aliano e mi avvicino ad essa con il rispetto misterioso che hanno i luoghi letterari.
Dalla Valle del Sinni attraversiamo per la Valle dell’Agri e ci lasciamo Sant’Arcangelo sulla sinistra. Incontriamo presto i calanchi che caratterizzano il territorio e stupiscono con la varietà di colori delle argille dilavate, i profondi burroni e le ardite guglie dai bordi affilati. Verrebbe voglia di perdersi nelle stradine bianche che si dipartono al loro interno, ma forse ci vorrebbe una moto più leggera e più tempo di quanto abbiamo. Proseguiamo dunque in alto per Aianello, paese fantasma di porte sbarrate e occhiaie nere che seguono il tuo cammino.
Aliano ci accoglie subito dopo con la Fossa del Bersagliere da un lato e il vecchio abitato dall’altro. È un luogo strano, forte, archetipico. Saranno i burroni vertiginosi sui quali è sospeso; saranno le case vuote che sembrano guardarti con occhi neri; il fatto è che mi sembra di trovarmi in un luogo magico, fantastico ed il vuoto sembra una condizione temporanea, sospesa, che di lì a poco si muterà nel contrario e la piazzetta si animerà della vita che le appartiene. Frammenti del racconto di Carlo Levi rimbombano nella mia testa.

La piazza ha case da una parte sola; dall’altra c’è un muretto basso sopra un precipizio, la Fossa del Bersagliere … così chiamata per esservi stato buttato un bersagliere piemontese, sperdutosi in quei monti al tempo del brigantaggio e fatto prigioniero dai briganti.

I contadini risalivano le strade con i loro animali e rifluivano alle loro case, come ogni sera, con la monotonia di una eterna marea, in un loro oscuro, misterioso mondo senza speranza. Gli altri, i signori, li avevo ormai fin troppo conosciuti, e sentivo con ribrezzo il contatto attaccaticcio della assurda tela di ragno della loro vita quotidiana; polveroso nodo senza mistero, di interessi, di passioni miserabili, di noia, di avida impotenza, e di miseria.

Proprio così, il paese è fatto delle ossa dei morti –. Aveva ragione, il vecchio, in tutti i modi, sia che lo si dovesse intendere in modo figurato e simbolico, sia che lo si dovesse prendere alla lettera.

Qui, dove il tempo non scorre, è ben naturale che le ossa recenti, e meno recenti e antichissime, rimangano, ugualmente presenti, dinanzi al piede del passeggero.

Con un ultimo sguardo all’indietro, discendiamo la strada che abbiamo salito e torniamo a Senise. La Statale 653 ci porta lungo il lago di Monte Cotugno e oltre la grande diga in terra battuta. Ora è la condotta d’acqua che ci fa compagnia fino all’imbocco della Val Sarmento che risaliamo per visitare Noepoli e San Costantino Albanese.
Dopo la visita, la Valle del Sinni ci accoglie nuovamente e ci porta verso il Mare Jonio. Non lo raggiungiamo subito però e deviamo per Tursi, su una strada incisa ancora fra i calanchi.
Il vento si è alzato quando raggiungiamo la cittadina e ci alziamo verso la Rabatana, antico e stupendo insediamento saraceno quasi del tutto abbandonato che alcuni volenterosi e preveggenti tentano oggi di riportare in vita con bei restauri delle case. Vorremmo visitare la chiesa di S. Maria Maggiore e il trittico del XIV secolo in onore della Madonna con il bambino, ma è troppo presto e non vogliamo attardarci.
Prima della costa ci aspetta un’altra visita: Maria SS. D’Anglona, splendida chiesa del XII secolo, raccolta e isolata su un colle fra gli ulivi.
Ora, giù verso il mare fra uliveti e giardini di aranci, sui quali spiccano i frutti non raccolti. Un po’ timorosi, esitiamo, ma alla fine ci fermiamo a rubarne uno a testa dagli alberi appena al lato della strada. Il sugo scorre dolcissimo sul mento mentre li addentiamo, radiosi come bambini che hanno combinato la loro birichinata.
Sostiamo a Scanzano Jonico per una foto ricordo nella piazzetta in cui si conclude il film Basilicata Coast to Coast, omaggio all’opera che ci ha suggerito il viaggio e al suo autore: Rocco Papaleo.
Arriviamo infine a Metaponto, troppo tardi per visitare il Museo archeologico. Ci consoliamo però con una lunga sosta alle Tavole Palatine.

5 Aprile

Ci sono giorni in cui tutto sembra volere andare storto ed occorre un grande sforzo per non arrendersi al malumore. Oggi è uno di questi. Il motivo principale è il maltempo che fa capolino dalla finestra al risveglio. Proprio oggi non ci voleva: oggi che abbiamo in programma di attraversare le Dolomiti Lucane!
Raggiungiamo Pisticci e occorre siamo incerti se salire in paese e visitare chiesa madre e castello, come ci eravamo ripromessi. Non c’è un motivo particolare per non farlo, ma il cielo plumbeo ci toglie la curiosità e l’entusiasmo. Tuttavia, saliamo, ma ecco che non è giornata: saltiamo la piazza giusta e proseguiamo fino in cima, al Municipio, dove ci dicono che dovremo scendere e risalire. Niente, non è giornata. E allora avanti.
Ci dirigiamo a Craco, altra meta suggestiva, ma comincia a piovere sempre più fitto e quando giungiamo al borgo abbandonato, ci appare incappucciato in una nuvola. La poesia è nascosta con il borgo nella nebbia.
Proseguiamo per Stigliano in mezzo alle nuvole con improvvise aperture che ci confermano la bellezza dei luoghi che ci stiamo perdendo e poi per Accettura. Qualche chilometro prima di arrivare, lasciamo la strada principale e ci inerpichiamo nel Bosco di Monte Piano, su una strada minore che, attraverso un bel querceto rado, ci conduce fin quasi a Pietrapertosa.
Vediamo il paese e la massicciata in cui è incastrato solo dietro l’ultima curva e scendiamo con cautela la ripida strada che porta nel centro abitato.
Il nostro morale è fiacco e siamo intirizziti per il freddo e la pioggia. Nella piazzetta che serve alle auto per girarsi perché la strada è una sola, il ristorante “Il Frantoio” è aperto e siamo i primi avventori. Lo chef e sua madre ci accolgono con calore, ci fanno accomodare e spargere su varie sedie il nostro armamentario zuppo e siamo pronti ad ordinare: la signora oggi ha fatto i cavatelli che ci verranno serviti con salsiccia sminuzzata e dopo ci accontenteremo di un piatto di formaggi e di melanzane e lampascioni sott’olio. Finché aspettiamo, la signora ci offre con squisita gentilezza la sua pizza pasquale appena sfornata.
Rinvigoriti, riscaldati e consolati dall’ottimo pranzo, scendiamo nella nebbia alla Basentana e raggiungiamo Matera.

6 Aprile

Abbiamo dormito nel Sasso Barisano, in una bella casa con il soffitto a volta, ed oggi ci attende “Maestro” Liborio che ci guiderà a conoscere i Sassi di Matera. Il suo sarà un racconto fittissimo e malinconico; un racconto che ci farà conoscere le sottigliezze costruttive delle abitazioni rupestri e le abitudini sociali della gente che vi abitava; ritroveremo gli elementi architettonici e produttivi della cantina in cui abbiamo brindato a Sant’Arcangelo; il filo rosso del suo narrare saranno mille storie intrecciate con la Storia fino agli anni cinquanta e poi improvvisamente interrotte e banalizzate nel trasloco in quartieri di case popolari; neppure la pausa per un caffè sarà persa e ricordi comuni di letture di De Martino saranno l’occasione per la memoria di riti ancestrali sopravvissuti fino all’altro ieri.
Alla fine lasceremo Liborio, grande narratore e fine conoscitore di ciò di cui parla, e rimarrà la sensazione un po’ fastidiosa che la visita di Matera e dei suoi Sassi ripeta quanto racconta Italo Calvino a proposito di Isidora, una delle sue Città Invisibili.

Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passere la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.

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5 risposte a Il tempo sospeso: viaggio in Basilicata.

  1. Gianni Lupindo ha detto:

    Sullo sfondo del vecchio maniero vedevi il Coccovello, non il Pollino 🙂

  2. hotel ha detto:

    bellissimo post!! complimenti.

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