Un bel castello di trentadue che lui ne ha

A volte, le strade di casa nascondono tesori sotto la coltre dell’ovvietà. Da bambini, le abbiamo percorse al traino dei genitori e certi angoli ci hanno spalancato occhi e bocca; magari, abbiamo anche pestato i piedi per la delusione di dovere assecondare i loro piani e rinunciare all’attrattiva avventurosa di un sasso che ci sfidava a scalarlo o dell’acqua cheta di una spiaggia sassosa nell’ansa del fiume o di un rudere che immaginavamo colmo di vecchi tesori e di guardiani terribili.
Poi, quel sasso, quella spiaggia, quel rudere, si sono spenti e la strada è diventata il più breve percorso fra due punti o la pista di lancio per avventure lontane.
Così, risalendo nell’età adulta la Val d’Adige per lavoro o per divertimento, quante volte ho gettato uno sguardo distratto alla mole vagamente minacciosa del castello che si eleva, un po’ defilato, all’altezza di Avio, senza realmente vederlo!
Seguendo il filo di altre curiosità, ieri ho deciso di attraversare l’Adige e di andarlo a cercare.
La motocicletta è il mezzo ideale per inseguire questi miraggi. Un po’ avventurosa di suo, ti dà la liberta di percorrere strade e stradine senza patemi e di fermarti per guardare qualcosa o per fotografare senza preoccupazione.
A Domegliara, ci mettiamo sulla statale 12 e ben presto imbocchiamo la Val d’Adige alla Chiusa di Ceraino. Sulla sinistra, Forte Wohlgemuth appare ovattato nella foschia abbagliante del mattino e il Monte Baldo mette tristezza, spelacchiato com’è in una stagione in cui dovrebbe scintillare di neve e ghiaccio. La strada è pulita ed asciutta; curva dopo curva, riprendo l’intesa con la motocicletta che risponde puntuale e precisa nella piega e nell’allungo. Dolcè, Peri, Ossenigo, Borghetto, scorrono via intorpiditi nella pigrizia del fine settimana.
A Masi d’Avio, cerco il profilo del castello ancora lontano ed eccolo là, incombente sul piccolo borgo di Sabbionara. Più avanti, poco prima di Vo’, mi fermo per una fotografia. Attraverso l’Adige e mi avventuro fra le case addossate l’una all’altra fino ai piedi dell’erta salita che porta al castello.
Il sole ormai è caldo e l’abbigliamento protettivo un po’ fastidioso mentre risalgo l’acciotolato scosceso. È stato fatto un bel lavoro di ripristino e di restauro e, sebbene mortificato dagli alberi spogli e dall’erba bruciata dal gelo, l’ambiente è molto gradevole. In basso, la valle si perde nella foschia e l’aria vibra del rumore sordo del traffico autostradale.
Oggi mi limito ad una frettolosa visita esterna e rimando ad altra occasione l’ammirare i cicli di affreschi che abbelliscono la casa delle guardie e il mastio. Colpiscono la cinta muraria duecentesca, le torri, il mastio e il palazzo baronale che ricorda l’architettura veronese nell’accostamento di pietra e di cotto.
Riprendo la moto perché voglio visitare anche un altro castello poco lontano: castel Noarna, famoso per avere ospitato nel 1647 le ultime “strie” (streghe), durante il processo a loro carico.
Ecco come la storia è raccontata nel sito del Comune di Nogaredo.
”Tutto ebbe inizio nell’anno 1646 nella piazza di Nogaredo. Mercuria accusò Domenica Chemelli di furto e stregoneria: a seguito di tale accusa, le due donne furono rinchiuse nelle carceri di Castel Noarna. Ma Mercuria fu accusata a sua volta di stregoneria e, in interrogatorio, affermò che erano state Domenica e la figlia Lucia a insegnarle come diventare una strega, trattenendo l’ostia consacrata sotto la lingua dopo la Comunione e imprimendole il marchio del demonio su una spalla. Anche Lucia e Domenica vennero quindi arrestate e rinchiuse nelle carceri del castello; furono sottoposte a varie torture: il “tratto di corda” (che consiste nell’appendere il soggetto per le mani fino a spezzare i tendini o le ossa) e i “sibilli” (cioè spezzare le ossa delle mani con cunei in legno conficcati tra le dita).
Mercuria, dopo le torture subite, ammise di essere una strega, di partecipare ai sabba e di aver praticato guarigioni con unguenti satanici e polvere di ossa di persone morte. Affermò inoltre di aver avuto rapporti con tale stregone Delaito. A seguito degli interrogatori, Mercuria venne rilasciata. Lucia invece, sotto tortura, narrò di quella volta quando, lei ed altre donne, stregarono il signor Cristoforo Sparamani: una notte, trasformate in gatti, entrarono nella sua camera da letto e lo cosparsero con un unguento dato loro dal diavolo; poi, riprese le sembianze umane, festeggiarono con pane, formaggio e vino sottratti alla sua cucina. Spesso, durante questi festeggiamenti, il diavolo si univa a loro, sotto sembianze sia umane che animali.
Successivamente, altre donne delle giurisdizioni di Castel Noarna e Castellano vennero arrestate per stregoneria. Domenica, Lucia e le altre donne, stremate dalla tortura, ammisero la loro stregoneria e narrarono di sabba e pozioni magiche.
Il processo, tenutosi a Palazzo Lodron, si protrasse per un anno. Durante il processo, l’avvocato difensore delle imputate, Marco Antonio Bertelli di Nomi, provò come gli interrogatori non fossero stati eseguiti correttamente e ottenne il permesso di far sottoporre a perizia medica le accusate. Dalla perizia risultò che le donne non portavano segni diabolici sul corpo e l’avvocato sostenne quindi come le loro colpe fossero sempre inferiori in quanto le donne sono “fragili, imbecilli nell’intelletto, ignoranti, credulone e facilmente soggiogabili”.
Nonostante le tesi sostenute dalla difesa, le donne vennero dichiarate colpevoli.
Il giorno seguente, 14 aprile 1647, in località Giare, la sentenza venne eseguita dal boia Ludovico Oberdorfer di Merano: decapitazione e successivo rogo, alla quale dovette assistere tutta la popolazione, pena un’ammenda di 25 ducati a persona.
Nel processo venne incriminato anche un uomo, Santo Graziadei, che morì in prigione nel 1651”.
Proseguiamo sulla Destra Adige verso Mori e da lì ci inoltriamo nel nodo di strade che portano sulle dolci colline di Isera, ammantate di viti. Noto che qualche contadino è già al lavoro a potare i tralci e a legarli. Incontriamo la bella tenuta de Tarczal e proseguiamo fino a Nogaredo, da cui con qualche tornante saliamo a Sasso e a Noarna.
Subito dopo il borgo, sulla sinistra, è adagiato il castello che dall’XI secolo domina la Vallagarina. Il mastio del XIII secolo è imponente, coronato da una torre ornata di merlatura guelfa e archi a tutto sesto. Purtroppo, un bel cancello chiuso ci sbarra l’accesso e dobbiamo accontentarci di rimirarlo dalla soglia.
Scendiamo a Villa Vallagarina lungo la strada dei Molini e ci allunghiamo a Rovereto per visitare anche il castello che ospita il Museo storico della guerra, ma questa è un’altra storia.
Al ritorno, la statale 12 è affollata di motociclisti e pattuglie di carabinieri e polizia locale che giocano a rimpiattino.

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