Scozia: tour 2011

Due di luglio (Km. 2659)
È notte fonda,ma ad ovest, sopra l’isola di Kerrera, il cielo è ancora rosato. Siamo in Scozia ed ora comincia il viaggio che abbiamo preparato nelle lunghe sere d’inverno. Mancano Paola e Umberto che hanno dovuto rinunciare all’ultimo momento, distolti da un’altra avventura che speriamo tutti si concluda felicemente e rapidamente.
Non ho sonno e ripenso alla strada fatta per arrivare qui, ad Oban.
Tre giorni fa, l’appuntamento con Franco ad Affi prima che facesse giorno. Una lunga galoppata fra Italia, Austria e Germania ci faceva concludere la giornata a Kell am See, non lontano da Trier, dopo ottocentonovantaquattro chilometri.
Dei luoghi attraversati restano nella memoria il Fern Pass in una bella valle odorosa di pascolo e la cattedrale di Ulm che svettava sopra le case.
Il giorno dopo è stato memorabile; uno di quelli sui quali si ride in compagnia a ripensarci, ma che sul momento arrivano a farti sentire disperato, senza risorse. Tutto era andato bene fin quasi alla fine: dopo Trier il Lussemburgo, il Belgio, l’ingresso in Francia a Lille, Calais, Dover, l’inferno della M25 intorno a Londra e finalmente la M11 per Cambridge. Sbagliamo la deviazione per l’area di servizio e la Griso di Franco resta a secco. Tre ore buone di attesa in autostrada, rintronati dal traffico che sfreccia nelle due direzioni, e finalmente gli uomini del soccorso autostradale ci aiutano a risolvere il problema. Tutto sembra risolto quando verso le dieci arriviamo in città, ma non è così; scopriamo che è tempo di lauree e tutti gli alberghi nel raggio di cinquanta chilometri, da quelli di lusso all’ultima stamberga, sono occupati fino a lunedì. Troviamo finalmente una camera a Leicester, centodieci chilometri più in là. È l’una quando apro la porta della camera dopo aver messo insieme altri ottocentosettanta chilometri.
Ieri finalmente un po’ di divertimento. La M6 ci porta a Penrith attraverso una bella campagna e lì deviamo a nord est e percorriamo la A686 fino a Haydon Bridge: una bella strada di montagna che sale con qualche tornante fino al Hartside Pass (m. 580) e percorre lungamente l’altopiano brullo e battuto dal vento. Anche in pieno giorno, non è raro incontrare lepri e qualche scoiattolo quando la strada incrocia una macchia di alberi. Superato di poco Haydon Bridge, ad un cartello indicatore deviamo a destra verso la B6318 per raggiungere i resti di Vidolanda ed il Vallo di Adriano. Il cielo è nero ed il vento sussurra parole oscure nelle nostre orecchie mentre poso una mano sulle pietre calde e rozzamente squadrate che compongono il muro; non c’è nessuno intorno se non il ricordo palpabile delle generazioni che si sono succedute lungo i secoli: Picti, Celti, Romani, Germani, Galli, Britanni, in guerra ed in pace, hanno calcato la terra che impolvera ora i miei stivali. Il sole va e viene secondo l’umore capriccioso delle nuvole e anche noi risaliamo in sella. Proseguiamo verso ovest sulla B6318 perché abbiamo un appuntamento: le nostre spose arrivano fra poco all’aeroporto di Prestwick. L’ingresso in Alba è segnalato da un grande cartello e la Scozia ci anticipa già subito dopo Carlisle cosa troveremo nei prossimi giorni: lunghi saliscendi percorrono valli ampie e ondulate, gialle di erba matura.
Ora gli occhi si socchiudono e il ricordo si mescola al sogno. Oggi siamo partiti presto dall’anonimo hotel dell’aeroporto e rivedo il Loch Lomond e i Trossach che troneggiano appena dietro. Drover’s Inn: soffitti bassi, travi e muri neri di secoli di fuliggine, un bel fuoco scoppiettante nel grande camino e un brusio sommesso… o è la casa di MacIain di Glencoe da cui sento l’urgenza di scappare poco prima del grande massacro ordinato dal Colonnello Hill e perpetrato all’alba del 12 febbraio 1692 dall’odiato Robert Campbell?
Dopo il Drover’s Inn, la valle si apre e la strada diventa una giostra nel sole. Curva dopo curva giungiamo a Crianlarich, animata da decine di motociclisti britannici in sosta. Avanti fino a Tyndrum per proseguire ancora sulla A82 verso Glen Coe. La valle si distende in un altopiano, percorso da ruscelli torbosi  e animato da piccoli loch argentei nei pressi dei quali l’acqua stagnante ingiallisce l’erba. La brughiera lascia gradatamente spazio agli acquitrini delle Rannoch Moor, incorniciate ad ovest dalle Three Sisters. Siamo all’imbocco del Glen Coe… ma veramente la nebbia è calata all’improvviso? E come siamo riusciti a risalire l’erto pendio fino alla Lost Valley, dove quel giorno maledetto cercarono rifugio gli scampati al massacro per morire di freddo e di stenti?
Un sussulto e mi risveglio. Avanti ancora oltre l’imbocco di Glen Etive che sfugge sulla sinistra mentre ci inoltriamo nella valle e inizia la discesa verso il Loch Leven che decidiamo di circumnavigare. Paragonato a Glencoe e a Ballaculish, il villaggio di Kinlochleven sembra abbandonato, non fosse per la cura meticolosa con cui sono tenute le case e per la frotta di bambini che giocano sulla strada.
Lasciata sulla destra la strada che porta a Fort Williams, proseguiamo lungo il Loch Linnhe, ampio e luminoso fiordo in cui si getta il Caledonian Channel. È difficile tenere lo sguardo sulla strada perché la successione di isole e isolette è una tentazione troppo forte. Poco prima di Port Appin sostiamo per godere in tranquillità di una delle viste più attraenti dell’intera Scozia: il Castle Stalker, costruito su un’isoletta a poche centinaia di metri dalla costa e non addomesticato da un tardivo ponte come il Donan Castle che visiteremo fra qualche giorno.
Ancora un po’ di strada e siamo ad Oban. Prendiamo possesso delle nostre camere nella Guest House Glenrigh, sulla Corran Esplanade, e cerchiamo un posto per mangiare che ci risarcisca delle disavventure degli ultimi due giorni. Lo troviamo al Waterfront, ristorante come si deve, dove un antipasto di cozze al vino bianco e un impeccabile fish and chips ci riconciliano con la vita. La serata si conclude in un pub con musica, affollato di giovani, sorseggiando un doppio Talisker.  

Tre luglio (Km. 146)
La giornata si annuncia luminosa quando mettiamo i piedi fuori dall’uscio. Oggi vogliamo esplorare un po’ l’Argyll e le nostre mete sono state scelte con cura: Loch Etive e Kilmartin. Ripercorriamo a ritroso la A85 e lasciamo sulla sinistra la deviazione che attraversa il fiordo e corre a Fort Williams. Giungiamo ben presto a Taynuilt e deviamo sulla stradina bianca che si inoltra verso il Loch. Ci aspetta una breve crociera insieme ad una famigliola e a due ragazze. La barca corre sull’acqua scura; ai lati scivolano valli verdissime e isolate fattorie fino ad una secca occupata da una colonia di foche. In fondo le montagne di Glen Coe da cui siamo passati ieri.
Riprendiamo le motociclette per dirigerci, attraversando il Pass of Brander, all’altro grande Loch della regione: il il Loch Awe. La strada corre con rapide serpentine nella valle e il traffico è praticamente inesistente. Poco dopo Lochawe deviamo a destra sulla A819 incontro ad una minuscola single track road, la B840, che costeggia tutto il fiordo con viste all’inizio entusiasmanti, ma alla lunga un po’ monotone. Qua e là incrociamo case isolate e piccolissimi villaggi in cui non manca mai un Inn e cominciamo ad intuire che la mentalità locale è molto diversa da quella dell’Europa meridionale in cui la vacanza ha bisogno di attrazioni e distrazioni, di folla e di rumore.
Giungiamo infine a Kilmartin, nelle cui vicinanze si concentrano più di 300 siti archeologici che spaziano dal neolitico al medioevo, fra cui il forte di Dunadd, capitale del regno di Dalriada. Sono così tante le cose da vedere che ci disorientiamo e finiamo per limitarci, con parecchia delusione, al piccolo museo e ad una passeggiata al Carnasserie Castle.
La A816 ci riporta ad Oban con bella corsa lungo la tormentata costa del Firth of Lorn.
La sera ci riposiamo al Coasters Bar con musica tradizionale scozzese di chitarra, banjo, mandolino e fiddle.

Quattro luglio (Km. 88)
Oggi faremo poca strada perché la giornata sarà occupata da due importanti trasferimenti sul mare: lo spostamento da Oban a Mull e la crociera fino all’isola dei pilastri, Staffa.
Non abbiamo la prenotazione e dunque ci prepariamo all’imbarco un’ora e mezza prima, ma l’eccitazione è tale che il tempo vola fra una battuta e l’altra. Guardo insistentemente il cielo come una preghiera: se girasse decisamente al brutto, sfumerebbe l’uscita in mare; il Dio che governa i venti e le nuvole ascolta le mie mute implorazioni e per oggi non pioverà.
Dopo avere attraversato il Firth of Lorn, il ferry si avvicina a Mull in uno stretto presidiato dalla cupa mole del Duart Castle e ben presto siamo a Craignure. Dirigiamo verso il Ross of Mull per raggiungere The Birchgrove, il B&B che abbiamo prenotato un po’ alla ventura prima di partire da Oban. La scelta si rivela felice: John e Ingrid sono due padroni di casa perfetti che ci mettono subito a nostro agio, ancorché increduli che siamo arrivati fin lì sulle nostre motociclette dall’Italia. Depositati i bagagli, riprendiamo la A849 che velocemente ci porta a Salen dove deviamo su una stretta “single track road” che corre lungo i profondi golfi di Scridain e na Keal fino all’imbarco del ferry per l’isola di Ulva e del nostro battello. Da un lato il mare e dall’altro alti pascoli punteggiati di case e macchie di alberi. Il traffico non deve essere molto intenso considerato come le pecore si spostano lente dalla sede stradale, seccate da noi intrusi rumorosi.
Una volta imbarcati, percorriamo i dieci chilometri che ci separano da Staffa, cullati da onde che si fanno rabbiose appena usciamo nel vento. Mano a mano che ci avviciniamo alla meta, intorno a noi volteggiano stormi di uccelli marini che si tuffano in picchiata o corrono rapidi con scarti improvvisi o ancora si lasciano cullare dalle onde; alcuni sono neri e sottili nel corpo e nelle ali, eleganti nel volo; altri sono sgraziati e con grossi becchi coloratissimi.
Arriviamo all’isola, sostenuta da imponenti colonne nere di basalto e, prima di infilarsi nello strettissimo approdo, il capitano ci porta di fronte alla Fingal’s Cave, la “caverna melodiosa” come era chiamata dai celti. Scesi dal battello, saliamo il ripido camminamento per giungere sul pianoro erboso che ricopre l’isola. Da lassù, il panorama è formidabile e si spinge ad ovest sulle Treshnish e sulle Ebridi esterne e per il resto è interamente occupato dall’isola di Mull, lontana nell’accenno di bruma. Ampie baie si aprono su tutti i lati e la scogliera è ovunque compatta, formata com’è dal bastione di basalto esagonale nero.
Ora che tutti gli altri hanno esaurito la loro curiosità, ci dirigiamo alla caverna. Il cammino è agevole sui larghi gradini e protetto da una fune d’acciaio. Si entra per una decina di metri ed ogni volta che l’onda si abbatte sulla parete di fondo, il suono riecheggia intonato come quello di un timpano d’orchestra.
Al ritorno, il mare si è calmato, quasi non avesse più nulla da proteggere con le proprie onde. Ripresa la moto, ci prende la voglia di correre come dovessimo dare sfogo a qualcosa che si è impigliato nei nervi là nell’isola melodiosa battuta dai venti. Le nostre compagne forse capiscono cosa proviamo e per un po’ ci lasciano fare e poi iniziano a battere colpi sempre più forti sul casco finché entrambi rallentiamo.
La sera, dopo cena, ci spingiamo al Duart e al Torosay Castle, vicini fra loro, a rimirare il mare che imbruna.

Cinque di luglio (Km 158)
Oggi ci tocca la pioggia, ma va bene lo stesso. Percorriamo tutto il Ross of Mull, lunga e bellissima penisola, su una strada che prima attraversa con bella corsa la valle di More e poi percorre più lenta la costa del Loch of Scridain passando attraverso piccolissimi villaggi sonnacchiosi. A Fionnphort, abbandoniamo la motocicletta e ci spostiamo a piedi su Iona, l’isola sacra.
Reverente, varco la soglia del Reilig Odhrain, il suolo benedetto in cui si racconta siano stati sepolti quarantotto sovrani di Scozia. Le lapidi più preziose sono state rimosse e sono ora custodite nel chiostro dell’abbazia, ma ne rimangono molte, abbattute dal vento e cancellate dal tempo per alimentare la sensazione di trovarsi in un luogo speciale.
La visita continua nel luogo sacro a San Columba, l’evangelizzatore della Scozia e fondatore del monastero in cui nacque la tradizione delle croci che noi chiamiamo celtiche ed in cui fu miniato il meraviglioso Book of Kells, ora custodito nel Trinity College di Dublino. Le copie della croce di San martino e di quella di San Giovanni vigilano nere a guardia della chiesa e del sepolcro di San Columba.
Percorriamo la strada del ritorno sotto la pioggia battente, ma dopo aver deviato sulla strettissima B8035 ed avere attraversato un paesaggio alpino, appena sbuchiamo sul Loch na Keal, una schiarita ci risarcisce con un sorriso sulle Inch Kenneth, isolette all’imboccatura del golfo.
A Salen ritroviamo il sole che ci accompagnerà a casa.

Sei di luglio (Km. 253)
Oggi percorreremo una delle regioni meno turistiche della Scozia, ma non per questo priva di fascino: Morvern e Ardgour. Aspre montagne, antiche foreste, paludi desolate e valli deserte. L’attraverseremo in fretta, attratti dal richiamo di Skye, l’isola delle brume, ma cercheremo di catturare qualche particolare che ci induca a tornarci.
Partiamo che piove a dirotto e ci dirigiamo a Fishnish per attraversare il Sound of Mull. Fishnish non è un paese, ma solo un approdo in cui termina la strada e dove si aspetta il ferry. La corsa è breve e presto raggiungiamo Lochaline. Imbocchiamo la A884 di cui non mi restano ricordi precisi se non un’ampia valle scura nella pioggia con un torrente d’argento serpeggiante sul fondo e un profondo fiordo, il Loch Sunart, che si costeggia a lungo prima di immettersi sulla A861. Al bivio si potrebbero prendere sia la direzione est che quella ad ovest e scegliamo quella che si avvicina maggiormente al mare, ad ovest. La strada ci dà l’illusione che poter finalmente spingere sull’acceleratore, ma dura poco perché dopo appena un paio di chilometri diventa una single track road particolarmente stretta e sinuosa in cui occorre procedere a strappi: accelerare nei brevissimi rettilinei e frenare in prossimità delle curve cieche dietro le quali può nascondersi di tutto, anche un grosso camion. Avanti nella pioggia mentre i fantasmi di villaggi e di piccole baie fuggono lentamente ai nostri lati. Attraversiamo un altro Salen e saliamo ad un passo da cui si precipita verso una grande baia. Il cielo schiarisce un po’ e la vista si allarga. Giungiamo così alla “Road to the Isles” che, secondo la guida, dovrebbe essere una lunga colonna di auto e torpedoni. Nulla di tutto ciò: la strada è deserta. Deviamo a destra verso Glenfinnan per dare un’occhiata al viadotto ferroviario reso celebre dal primo film di Harry Potter e scopriamo il monumento a Prince Bonnie Charlie, lo sfortunato protagonista dell’ultimo tentativo di restaurare la corona degli Stuart sulla Scozia.
Continua a piovere a dirotto e, dopo una sosta in un cafè per riscaldarci con una zuppa calda (a proposito, i cafè sono risorse straordinarie per consumare uno spuntino a pranzo: una fetta di torta, uno scone, un sandwhich, un muffin o una zuppa calda), torniamo indietro e ci dirigiamo a Mallaig dove ci imbarchiamo per Skye.
La traversata dura un’oretta e una volta sbarcati ci dirigiamo a Portree dove abbiamo prenotato l’alloggio. Non ricordo molto della traversata dell’isola e solo i due giorni successivi mi consentiranno di fissare qualche immagine.
La notte mi rendo conto che stiamo correndo troppo e che troppe cose ci scivolano addosso come la pioggia di oggi. Mi invento una variazione al programma che ci farà rimanere un giorno di più a Skye. Domattina a colazione la proporrò al resto della compagnia.

Sette di Luglio (Km. 182)
Al risveglio, ampi fazzoletti di azzurro rompono la monotonia delle nubi e promettono una giornata di sole. Prendiamo la A87  e dirigiamo decisi a nord: oggi vogliamo esplorare “The Trotternish”, la penisola più grande fra le tre dita che chiudono a nord l’isola di Skye. La prima meta è Uig ed, in particolare, la Fairy Glen, una piccola valle di misteriose colline perfettamente coniche fatte apposta per immaginare che esse siano abitate dal piccolo popolo. Incontreremo solo pecore e una quantità incredibile delle loro deiezioni, ma il luogo è veramente curioso e vale la breve passeggiata. Ci coglie anche un breve acquazzone che, così come comincia, si consuma nel tempo di un respiro e sembra lo scherzo malizioso di una fata.
Riprendiamo le motociclette verso Kilmauag, il capo che chiude a nord la penisola. La campagna è amena, paciosa, e la strada corre fra pascoli che terminano ai piedi del massiccio del Quiraing e la costa dirupata oltre la quale ci accompagna la vista delle Ebridi esterne.
Capisco la curiosità dei nostri lontani antenati che, scorgendo una terra oltre il mare, erano presi dalla smania di raggiungerla.
Intanto alle nostre spalle si forma un temporale formidabile che scorgiamo appena doppiato il capo, nero e gonfio di pioggia.
Proseguiamo senza molta preoccupazione, ma siamo attratti dall’indicazione di un albergo sperduto sulla costa e, siccome l’ora si è fatta propizia per una sosta, deviamo dalla strada principale per raggiungerlo. L’albergo si rivela essere il mitico “Flodigarry Hotel”, grande albergo che ospita nel parco il cottage di Flora McDonald la quale nel 1746 salvò dalla cattura Prince Bonnie Charlie travestendolo da sua domestica. La vista sulla Staffin Bay e sul Wester Ross è straordinaria e ancora di più lo è la zuppa di pomodoro e basilico che servono nel pub dell’albergo. Stiamo per ripartire quando si scatena il finimondo: lampi, tuoni e torrenti d’acqua. Rientriamo con disinvoltura fra gli sguardi stupiti del personale un po’ inamidato e lo tranquillizziamo ordinando un’altra birra.
Vorremmo tornare a Uig percorrendo la strada dei Quiraing, ma il cielo è ancora nero e rimandiamo. Percorriamo tutta la costa e salutiamo l’Old Man of Storr, un torrione roccioso che vigila la strada oltre Staffin, prima di dirigerci al Dunvegan Castle, ad ovest oltre la Waternish, la seconda penisola.
Il castello merita una visita per i suoi splendidi giardini, ma anche per i cimeli raccolti nelle sale, in particolare la Fairy Flag. Il vessillo risale all’alto medioevo, fra il quarto e il settimo secolo, e proviene dal Medio Oriente, ma si racconta sia stato donato al capo del clan Macleod da una fata e che garantisca la vittoria in battaglia. Un altro cimelio molto interessante è il corno di Rory Mors che ogni nuovo capo del clan, alla cerimonia di insediamento, deve svuotare di circa un litro e mezzo di vino senza interrompersi e “senza cadere a terra o svenuto”.
Terminiamo la giornata in un cafè sulla baia di Portree guardando dalla finestra i delfini che giocano e saltano non troppo lontano.

Otto luglio (Km. 206)
“Perché i viaggiatori, molti viaggiatori, sono attratti dai promontori?”
“Forse per la stessa ragione per la quale, durante un viaggio marittimo, prima o poi ci si ritrova a cercare la prua per soffermarvisi a guardare il mare?”
“Perché la nave è un’isola che naviga sul mare?”
Queste domande ronzano nella mente mentre riattraversiamo l’isola di Skye da est ad ovest per raggiungere Neist Point, il capo più occidentale della Scozia. Il sole brilla sontuoso nel cielo azzurro e la strada scorre veloce sotto le ruote.
Appena partiti siamo tornati a Staffin. Il cielo era ancora ingombro di nubi, ma prometteva bene e siamo tornati sui nostri passi per la curiosità di sapere cosa ci possa dire di nuovo l’esile stradina senza nome che attraversa la penisola di Trotternish fra Staffin e Uig.
Sulla A855 sostiamo a Kilt Rock dove un torrentello precipita per 60 metri nel mare sottostante con bella cascata. Lì incontriamo un gruppo di giapponesi le strade dei quali si intersecheranno ancora con la nostra in questa giornata. In cuor mio li ringrazio di esistere perché mi ricordano quanto il mio modo di viaggiare sarà scomodo, costoso, irto di insidie, ma non deve rendere conto a nessuno di dove decido di fermarmi e per quanto tempo.
A Staffin deviamo a sinistra e risaliamo il largo vallone fino alla breccia nel muro dei Quiraing, dove la strada si appiana. Il panorama sulla Staffin Bay e su Gairloch è notevole, ma un po’ sfregiato dal parcheggio e dal camioncino che vende merendine. Il tempo di una fotografia e ripartiamo.
La strada ora corre sull’altopiano torboso ed intriso di acqua e dopo qualche chilometro si getta nella baia di Uig, in faccia alla breve scogliera che la chiude a sud.
Ripercorriamo ancora la A850 fino a Dunvegan e per un breve tratto seguiamo la A863. A Lonmore la abbandoniamo per la penisola Duirinish.
“Perché i promontori attraggono i viaggiatori? Forse perché sui promontori le strade finiscono e chi viaggia compulsivamente ha un alibi per voltare la sua rotta?”
La via per giungere a Neist Point ci fa attraversare una regione straordinaria: dolci colline verdissime disseminate di cottages bianchi, baie azzurre verso cui digrada la costa e festoni di alghe gialle scoperte dalla bassa marea laddove la terra incontra il mare, greggi che sembrano campi di cotone in fiore, piccolissimi villaggi dove tutti alzano la testa quando passi con il motore al minimo per non disturbare e ti salutano con un sorriso.
Il percorso non è lineare e occorre prestare un po’ di attenzione alle indicazioni poste ai bivi, cartelli piccoli fatti per chi si muove lentamente.
Arriviamo infine al Capo che ti devi guadagnare con un’ultima passeggiata. Dal parcheggio scendi lungo un erto sentiero, percorri un valloncello che amplifica le strida dei gabbiani che nidificano nella spaccatura della scogliera, risali un ultimo breve rilievo ed eccoti al faro. Sullo sfondo, vicina e irraggiungibile l’isola di South Uist. La giornata è più mediterranea che nordica e respiri il panorama che vorresti mangiarti con gli occhi.

Nove luglio (Km. 301)
Oggi abbandoniamo le Ebridi interne con un po’ di malincuore per proseguire nell’esplorazione della Scozia.
Ripercorriamo a ritroso la A87 con bella vista sulla poderosa catena dei Cuillins e raggiungiamo Kyleakin ed il ponte che unisce Skye alla terraferma.
Deviamo brevemente a nord per dare un’occhiata a Plockton, villaggio “pittoresco” che ci lascia piuttosto indifferenti, e raggiungiamo l’Eilean Donan Castle.
La visita si rivela interessante soprattutto nella galleria che ricostruisce il tentativo di invasione della Scozia da parte della Spagna nel 1719 (l’Armada Invencible): nel castello si rifugiarono gli highlanders insorti e pronti a dare una mano agli spagnoli che furono presi a cannonate dalle forze lealiste. Fa una certa impressione leggere il messaggio autografo del generale che guidava gli inglesi in cui si informa che i ribelli sono stati distrutti e snidati dal castello.
Ripartiamo e percorriamo la A87 lungo la splendida Glen Shiel in un tripudio di panorami sempre più entusiasmanti fino al punto più alto della strada da cui la vista sul Loch Garry è indimenticabile.
Scendiamo con corsa vivace a Invergarry e proseguiamo lungo il Caledonian Channel fino a Fort Augustus. Lì è d’obbligo una tappa  per osservare il gioco di apertura e chiusura delle cinque chiuse che consentono di scendere (o risalire) dal Channel al Loch Ness con un dislivello di circa dodici metri.
Ora il Loch Ness corre via alla nostra destra, nero come assorbisse la luce del sole. A Urquart Castle sostiamo per rimirare la rovina da un pertugio nella recinzione; non ci sembra che la visita valga la spesa del biglietto.
Proseguiamo ancora un po’ lungo il Loch di Nessie fino a Drumnadrochit. Il cielo sulla testa ora è proprio nero e la strada è attraversata da piccoli torrenti di ghiaia laddove le pendenze si invertono.
La nostra meta è Ullapool, ma le strade sono veramente molte. Dunque, mi lascio guidare dal GPS e non so dire quale fra le tante la macchina scelga, fatto sta che presto ci ritroviamo sulla A835 che si rivela anch’essa strada molto divertente e panoramica.
Dopo un breve scroscio il cielo si è illuminato di nuovo. Arriviamo alla diga che chiude il Loch Gascalnoch e apriamo il gas sulla strada che lo costeggia. Presto siamo alla deviazione verso Gairloch, ma scendiamo verso il profondo Loch Broom che ospita Ullapool e il suo porto traquillo. La cittadina ci accoglie con il suo bel lungomare ed il porto da cui si sta allontanando il ferry verso Lewis. Mi si strozza un piccolo nodo in gola all’idea che questa volta non arriveremo alle Ebridi esterne, ma cerco di consolarmi con un dozzina di ostriche impeccabili e un boccale di Guinness.

Dieci luglio (Km. 181)
Stamattina la pioggia indebolisce la determinazione a muoverci e mi soffermo sulla banchina ad osservare le manovre di un grosso rimorchiatore della Guardia Costiera di Sua Maestà che sta uscendo in mare.
Sarà duro fare arrivare sera fra il porto sonnacchioso e i quattro negozietti di Ullapool; dunque, un guizzo di energia rafforza la determinazione a riempire di significato questa umida domenica. Franco e Lucia nicchiano e alla fine non saranno della partita: Lucia approfitta della giornata per riposare la sua schiena che coraggiosamente ha messo a dura prova nei giorni passati.
Va bene, ma dove andare? Nord o sud? Siamo tentati dall’isola di Handa, “uno dei siti migliori per osservare uccelli marini”; già, peccato che la domenica il servizio di ferry sia fermo. Allora, andremo a sud verso Gairloch, con una sosta alle Falls of Measach.
Al bivio dove dalla A835 si diparte la costiera parcheggiamo la motocicletta e scendiamo al ponte sospeso sopra il canyon in cui si getta la cascata; la portata non è molta, ma l’abisso e il dondolio del ponte quando qualcuno ci cammina sopra creano un bell’effetto.
La A832  segue la costa del Little Loch Broom, taglia all’interno e ritorna sul mare nella Gruinard Bay ed ancora sul Loch Ewe. La visuale cambia continuamente ed in una giornata di sole deve essere spettacolare. Oggi, purtroppo non è così, ma è comunque un bel divertimento.
Dietro una curva, poco prima di incrociare gli Inverewe Gardens, una sorpresa: un laghetto colmo di ninfee in fiore.
Non ci fermiamo ai Giardini, non è giornata per una visita attenta. Scrosci di pioggia e brevi schiarite si susseguono senza sosta e proseguiamo con bella vista sulla grande baia di Gairloch.
Breve sosta per una pizza e si ritorna. Intanto la pioggia della giornata ha riempito le colline e i torrenti lungo la strada ribollono di acqua schiumante.

Undici luglio (Km. 363)
Oggi andiamo a nord. Riprendiamo la A835 fino al bivio di Ledmore in un ambiente montano, costellato di laghi e pozze d’acqua. Fattorie poche e pochi i segni della presenza umana.
Prendiamo a sinistra sulla A837 fino a raggiungere il Loch Assynt ed i tetri resti dell’Ardwreck Castle. Se esiste un luogo in cui credere ai fantasmi è qui: il tozzo mozzicone abbandonato, il cielo plumbeo, le acque scure, le colline spoglie; tutto contribuisce a rafforzare l’impressione di desolazione e tormento dell’Ardwreck Castle. E del resto, la sua storia giustifica l’idea che qui attorno vaghino anime perse in cerca di pace: assassinii, esecuzioni, assedi, tradimenti, hanno costellato la vita del castello fino alla sua distruzione nel 1795. Si racconta, ad esempio, che sulla spiaggia capiti ancora di incontrare la figlia disperata di un Macleod che morì annegata dopo avere sposato il diavolo per salvare il castello del padre. Il castello ebbe il suo momento massimo di gloria nel 1650 quando ospitò prigioniero il Duca di Montrose, dopo la sua sconfitta nella battaglia di Carbisdale ad opera di Neill Macleod of Assynt. Tuttavia, questi sono fatti antichi ed oggi restano solo un mucchio sempre più informe di pietre e tante storie.
Riprendiamo la strada e, anziché imboccare la comoda A894, proseguiamo lungo la costa della penisola di Stoer. Sono trentatre miglia di stradine strette ed estremamente tortuose con bella vista sulle spiagge e sugli innumerevoli loch che inzuppano ogni avvallamento. Ci si contende la strada con le greggi e si attraversano i cortili delle fattorie, raggruppate intorno a quattro piccoli villaggi.
Le previsioni meteo non si sono esattamente avverate perché il cielo rimane minacciosamente scuro sebbene non piova.
A Laxford Bridge proseguiamo sulla A838 verso nord. Il panorama è imponente sebbene molto aspro. Il braccio di mare che separa Cape Wrath da Durness è in secca a causa della marea ed affiorano completamente le sabbie rosate del fondo ed il fiume Dionard che vi si getta.
A Durness sembra stia per piovere, ma ancora una volta è una minaccia senza conseguenze. Il villaggio è piccolo e arroccato sulla bassa scogliera con una bella spiaggia bianca aperta sul mare oceano.
La strada ora percorre lungamente e in completa solitudine il Loch Eriboll e finalmente attraversiamo Tongue.
Dopo un rapido spuntino, ci allontaniamo veloci sulle colline giallastre battute dal vento del nord fino alla deviazione verso Strathy Point. La carta indica un faro su quella punta e non vogliamo perdercelo, ma la strada termina ad una fattoria e la punta è ancora lontana, dunque torniamo sui nostri passi mentre arriva un folto gruppo di tedeschi.
Thurso, dove abbiamo prenotato la stanza in un alberghetto, ha un’aria triste e dimessa e proseguiamo veloci verso Dunnett Head, il punto più settentrionale della Gran Bretagna che si profila alto a nord est con le Orcadi alle spalle.
Il Capo ci offre una vista meravigliosa sulle isole, su Duncansby Head ad est e sull’intera costa nord fino a Cape Wrath, coronato di nubi. Oltre al faro, il Capo ospita i resti delle installazioni di avvistamento della Royal Navy durante la II Guerra Mondiale e non è difficile immaginare vedette e antenne radar ruotare il loro sguardo per avvistare aerei, navi e sommergibili a caccia della flotta alla fonda nella Scapa Flow.
Altra breve corsa fino a Duncansby Head per deliziare lo sguardo con le colonie di puffins, urie e gabbiani che occupano le scogliere e con la vista delle Rocks, faraglioni scuri piantati nella baia.
Il cielo comincia ad arrossare mentre torniamo verso Thurso. Breve sosta al Castello di Mey ormai decisamente chiuso e ricerca di un posto per cenare. Il primo è chiuso per turno ed il secondo, aperto e con le tavole apparecchiate, non serve la cena. Troviamo infine posto al Pentland Hotel dove ci servono del buon cibo con un servizio curato.

Dodici Luglio (Km. 189)
Se fino a ieri siamo saliti lungo la carta geografica, oggi ne cominciamo la discesa: si va ad Inverness. Da Thurso la A9 taglia decisamente la contea di Caithness in una campagna piuttosto piatta e monotona, in cui si alternano prati brillanti e ampie macchie brulle di terreno acquitrinoso. Il paesaggio si fa più attraente quando arriviamo sul Mare del Nord: sulla sinistra il mare azzurro da cui spuntano lontane le torri di trivellazione e sulla destra greggi ed armenti al pascolo su un terreno che si è fatto più ondulato. Attraversiamo lentamente villaggi dai colori brillanti e dalle architetture vittoriane e incrociamo vecchie croft houses con i tipici due camini in splendide posizioni nella campagna, perlopiù diroccate.
A Brora sostiamo per visitare la distilleria Clynelish e scopro così un malto di quelli che piacciono a me: corposo e rotondo con note che ricordano il mare e la torba senza averne il sapore.
Riprendiamo la strada che, come spesso ci è capitato in Scozia, permette una corsa sicura e divertente.
Altra breve sosta al Dunrobin Castle che osserviamo solo dall’esterno perché già ci basta; infatti, il palazzone è solo grande e sgraziato, cresciuto per celebrare ricchezza e potere dei Duchi di Sutherland.
In prossimità di Inverness, deviamo verso la bocca del Cromarty Firth e lo attraversiamo su un piccolo ferry in cui a malapena trovano posto due moto e tre auto. Davanti a noi sfilano due petroliere che vanno a scaricare il greggio del Mare del Nord al terminal poco lontano.
Cromarty è un villaggio delizioso di case vittoriane conservate alla perfezione. Ci spingiamo sul promontorio che lo chiude ad est per cercare di vedere i delfini, ma riusciamo a scorgerne solo gli spruzzi quando saltano.
Via verso Fortrose con i resti della bella cattedrale del XIII distrutta da Cromwell per recuperare materiale edilizio (sic!).
Inverness ci accoglie con un traffico automobilistico cui non eravamo più abituati e concludiamo la giornata con una bella passeggiata lungo il fiume Ness.

Ventiquattro agosto

Chet Baker sta suonando il tema di Alone Together ad un tempo che ne amplifica le suggestioni malinconiche; il contrabbasso scandisce la successione armonica come i miliari di una strada consolare. Nel bicchiere è rimasto solo il ghiaccio e la fettina d’arancia; me lo passo sulla fronte a mitigare il caldo africano di questo ultimo scorcio di agosto.
Il tredici di Luglio è ormai lontano e i 264 chilometri che il diario mi ricorda avere percorso fra Inverness e Blairgrowrie sono un numero. Le fotografie mi aiutano a ricordare qualcosa di più: il fascino desolato della cattedrale di Elgin, distrutta dalla trascuratezza come una bella donna; la bellezza misteriosa dei Cairngorms che attraversiamo nella più assoluta solitudine da nord a sud; il richiamo un po’ kitsch del castello di Balmoral in cui ci illudiamo a metà di partecipare dei fasti della Corona britannica; l’ospitalità quasi imbarazzante di Jillian nel suo B&B. Devo tuttavia ricorrere al diario di quella giornata per ricostruirla.
“Ci spostiamo da Inverness lungo la A96. A Elgin, visitiamo i resti della cattedrale; le parole del dottor Samuel Johnson (“there is enough yet remaining to show that it was once magnificent”) rimbalzano nella lapide che ricorda il ciabattino John Shanks (“for 17 years he was the keeper and the shower of this cathedral and while not even the Crown was doing anything for its preservation he, with his own hands, cleared it of many thousand cubic yards of rubbish disclosing the bases of the pillars, collecting the carved fragments and introducing some order &propriety”, 1841).
Verso i Cairngorms la strada diventa ben presto interessante, con dolci saliscendi e larghe curve.
A Dava imbocchiamo la 939 che conduce lungo le prime balze della montagna su terreno brullo e aspro fino a Graintown. Lì sostiamo per un lunch delizioso: scone con panna che tiene ritto il cucchiaio, shortbread glassato di cioccolato e toffee accompagnati da una ginger beer.
La strada ora affronta valli e rilievi sempre più accentuati e scende con alcuni stretti tornanti in una profonda valle per risalire con altrettanta decisione subito dopo. L’ambiente è sempre selvaggio, con rare case e scarsi greggi; macchie di eriche bruciate si alternano a strisce di stoppie giallastre fin dove l’occhio può arrivare. Nel punto più alto, impianti di risalita in secca accentuano il senso di desolazione, poi, mano a mano che la strada scende verso la valle del Dee, la strada si addolcisce. Non sembrano tanto lontani i tempi in cui Samuel Johnson scriveva: “the people of this valley did not appear to know any English, and our guides now became doubly necessary as interpreters. A woman, whose hut was distinguished by greater spaciousness and better architecture, brought out some pails of milk. The villagers gathered about us in considerable numbers, I believe without any evil intention, but with a very savage wildness of aspect and manner” (1773).
Sostiamo a Ballater, bella cittadina di pietra grigia che vive ancora con nostalgia i tempi non lontani quando qui arrivava il treno reale che trasportava re e regine in vacanza, e a Balmoral.
La strada riprende quota verso Glenshee con paesaggi ancora selvaggi e scende nella valle dello Shee ornata nel fondo dal nastro d’argento del fiume e dagli sbuffi di fumo che si levano accanto alle tende di coraggiosi campeggiatori, sparse qua e là.”

Dopo il tredici, venne il quattordici di Luglio. Il programma era molto ricco e centrato sulla figura di Robert Roy MacGregor (Rob Roy): il celebre e sfortunato eroe popolare scozzese che combatté James Graham, Duca di Montrose, violento tiranno e artefice della perdita di autonomia della Scozia a favore della Gran Bretagna. Avremmo voluto rendere omaggio alla tomba di Robert il Rosso a Balquhidder e approfondirne la conoscenza a Callander, prima di arrivare a Stirling attraverso le foreste dei Trossachs.
A Blairgrowie, dopo una colazione sontuosa presso la Gilmore House (altamente consigliata), prendiamo la A923 per raggiungere la A9 nei pressi di Dunkeld. È una piccola strada che corre in una campagna lussureggiante e attraversa scuri boschetti. Lentamente raggiungiamo il Loch of the Lowes che costeggiamo a lungo senza tuttavia scorgere nessuna delle splendide creature che convivono intorno alle sue acque: cervi e daini, lontre e scoiattoli rossi. D’altra parte, il sole è ormai alto e le nostre motociclette non sono sicuramente silenziose.
Tutti proiettati verso la nostra meta, non sostiamo a Dunkeld benché lo meriti; si tratta infatti di una delle cittadine rurali settecentesche meglio conservate e annovera una splendida cattedrale medievale di cui metà ancora in uso e l’altra in rovina. E, come vedremo fra breve, sbagliamo, a riprova del fatto che il meglio è nemico del bene.
Prendiamo la A9 verso nord e dopo una decina di chilometri la abbandoniamo per svoltare a sinistra sulla A827 nella valle del Tay. La strada è ancora molto bella, sorvegliata da imponenti querce, olmi, frassini e betulle, sebbene un po’ trafficata. All’ingresso di Aberfeldy ci accoglie la Dewar’s Distillery, ma non ci fermiamo e proseguiamo verso il Loch Tay che costeggiamo sulla riva nord, alzandoci sempre più fino oltre la fascia alberata. La giornata è calda e l’aria ronza di insetti che si infilano nel casco aperto. Lasciamo sulla sinistra la deviazione verso il misterioso Loch Lyon e scendiamo a Killin, piccolo villaggio animato di turisti che si spostano con ogni mezzo immaginabile. Il fiume che l’attraversa è piuttosto asciutto e la rapida che corre sotto il ponte poco appariscente. Bambini esplorano le rocce solitamente nascoste dalla corrente tumultuosa o fingono pesche miracolose nei piccoli salti d’acqua. Un vecchio signore ci ferma e chiede che moto abbiamo; apprezza la Moto Guzzi di Franco e mi riserva una smorfia di disapprovazione quando gli parlo della BMW. In gioventù lui ha avuto due Moto Guzzi ed ha corso più di una volta al TT sull’Isola di Man. Ci lasciamo con una stretta di mano e con una raccomandazione: “ride safe”! “Faremo il possibile, amico mio”, penso mentre si allontana zoppicando.
Abbiamo lasciato da poco Killin quando la giornata va a catafascio. Io sono davanti e, gettando un’occhiata nello specchietto retrovisore, mi accorgo che Franco e Lucia non sono dietro di noi. Rallento, ma non compaiono; cerco un posto adatto per fermarmi, mentre dietro di me romba un grosso autoarticolato; quando lo trovo, si ferma anche lui. Con un po’ di preoccupazione, comincio a pensare che il camionista sia irritato per la velocità che ho tenuto negli ultimi minuti; invece, si è fermato per avvisarci che gli amici sono fermi con una ruota a terra. Lo ringraziamo e torniamo indietro. L’ispezione della ruota non serve a nulla. Franco chiama l’EA e ci predisponiamo all’attesa. Qualche motociclista inglese si ferma per chiedere se abbiamo bisogno di aiuto e dopo un po’, quando li vediamo, siamo noi a salutarli facendo segno che è tutto a posto. L’attesa è lunga, ma finalmente arriva un furgone sul quale carichiamo la moto, e in carovana andiamo a Crieff, una trentina di chilometri più ad est, esattamente nella direzione contraria a quella che avevamo pianificato. Ecco, il nostro programma è andato in fumo!
Il trasferimento è lento, lentissimo, ma finalmente arriviamo dal gommista. Il tempo di sostituire lo pneumatico e possiamo ripartire, direzione Stirling.
Stirling è una bella città, con un centro storico molto suggestivo e un castello che, sebbene non all’altezza di quello di Edinburgo, vanta la sua nobile storia (fu capitale della Scozia al tempo degli Stuarts); non riusciamo a visitare la Chiesa di Holy Rude, famosa per l’incoronazione di Giacomo VI, perché i nostri tempi non combaciano con quelli dell’apertura né ci spingiamo alla Torre di William Wallace. Ci godiamo invece un grande tramonto sul vecchio Ponte di Stirling.
La sera ci lasciamo tentare da un ristorantino che promette cucina texana, ma purtroppo sia il margarida che la bistecca si rivelano una delusione.

Il quindici Luglio ci trasferimmo a Edinburgo e lì ci fermammo un paio di giorni.
Ahimé, con rammarico devo dire che non sono entrato in sintonia con la città sebbene non possa dire che non riservi alcune attrattive, prima di tutto il castello e il palazzo di Holyrood House sull’altro lato del miglio reale, ma anche tutta la Old Town. Credo mi sarebbe piaciuta di più prima del 1817 quando fu prosciugato il Loch Nor che lambiva la collina del castello, là dove adesso c’è la stazione ferroviaria. Troppa confusione, troppa gente, troppo traffico.
L’ultimo giorno, prima di iniziare il rientro, lo abbiamo dedicato agli Highlands Games,
nel piccolo villaggio di Thonton, dall’altra parte del Firth of Forth. Dopo due giorni di pioggia, il cielo ci è stato propizio e il sole ha illuminato l’avvenimento. Del resto, se avesse piovuto, solo i turisti continentali (pochi per la verità) avrebbero sofferto perché invece i locali si sono presentati con alti stivali e grandi ombrelli da ancorare al terreno per ricavarne piccole tende.
Se qualche volta le cornamuse, i kilt e tutto l’armamentario che tipicizza la Scozia lasciano un retrogusto di artificioso e di forzato, così non è stato ai Giochi. Corse a piedi e in bicicletta sull’erba, giochi pesanti, gare di danza, sfide di pipes band, tutto era fatto per divertire i locali con vero spirito competitivo e non per vendere qualcosa. Insomma, una bellissima giornata in cui mi è sembrato di tornare bambino quando le nostre fiere erano animate dall’albero della cuccagna e gli ambulanti non vendevano firme taroccate.
Dopo, c’è stato solo il rientro con una sosta a Canterbury per rendere omaggio a quella che fu la tomba di Thomas Becket. Tre giorni di autostrada da mattina a sera.
Al cancello di casa il contachilometri segna settemilaseicentotrentaquattrochilometri.
Ripartirei subito, dopo una doccia.

Fine.

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17 risposte a Scozia: tour 2011

  1. marcella ha detto:

    ciao a tutti! Appena iscritta, mi chiamo Marcella. Con Fiorenzo, mio marito abbiamo percorso lo stesso itinerario in Scozia, ma quest’anno vorremmo visitare la Foresta nera, per ciò ci saranno utili le vostre esperienze. Mai letto le storie di Hamish Mcbeth police constable di M.C.Beaton? Si svolgono tutte lassù nelle Highland più Highland di tutte. Ciao ancora e grazie!

  2. Batty61 ha detto:

    Anche se tardivi ti faccio anche qui’ i complimenti
    E’ la terza volta che leggo di questo tuo viaggio quasi quasi l’ ho imparato a memoria.
    Ho memorizzato alcuni passaggi per un mio eventuale viaggio da quelle parti .
    Ciao Giulio un abbraccio
    Batty

  3. tiger61 ha detto:

    Ciao , scusa non c’ero arrivato, si motociclista , mi piace molto leggere i tuoi diari di viaggio oltre a quelli di Caino, Paolo2145, e del povero Giorgio .

  4. tiger61 ha detto:

    …Che dire : Entusiasmante sia il viaggio che i riferimenti storici , veramente bravo . Ciao

  5. stikkiubbonnie ha detto:

    gran bel racconto, ho fatto il solito giro anni fa, ma in auto purtroppo. Spero presto di rifarlo in moto.

  6. le avventure di melinda ha detto:

    Ciao Giulio,
    in questo momento sono in vacanza in Scozia e ti sto scrivendo da Gairloch. Domani continuiamo il nostro giro verso Ullapool e nel cercare qualche informazione in più ho trovato la tua pagina. Ho letto del viaggio che hai fatto, molto interessante. Se ti va visita il mio blog. A presto.

    • giulio1954 ha detto:

      Buon viaggio! Belle le tue annotazioni… continuia a scrivere che per me leggerle sarà come tornare indietro.

      • le avventure di melinda ha detto:

        Ciao! Anche la mia vacanza è arrivata al termine… Mi è dispiaciuto lasciare la Scozia è davvero bella… Ho visto che hai messo delle foto… Complimenti davvero belle! A presto!

  7. Pingback: Scozia: tour 2011 (via Giulio1954′s Blog) « Max510's Blog

  8. Max510 ha detto:

    Grandissimo racconto per uno splendido viaggio !
    Grande Giulio !

  9. Oscar ha detto:

    Semplicemente favoloso.
    Ti chiederò personalmente della Scozia.

    Oscar

  10. bikelink ha detto:

    molto bello il racconto e belle le foto con i links.

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