Sulle strade delle Dolomiti

21 e 22 Maggio. Non so se per voi sia la stessa cosa, ma per me ogni viaggio si condensa in poche immagini che mantengono vivo l’incanto sperimentato. Così, il giro dolomitico in motocicletta di questo maggio si riassume nel profilo del Monte Pelmo ingentilito da un pallido sole a Passo Staulanza, e nel gioco di luci e di ombre che dona teatralità alla chiostra di cime intorno a Passo Giau. Il contrasto nel bosco fra la tenera livrea verde brillante dei larici ed i cupi pini neri sull’altopiano di Asiago mi aiuta a ricordare quanta strada abbiamo fatto, come pure l’imponente festone di acqua con cui il fiume Cismon precipita, all’altezza di Ponte Serra, lungo la strada del Grappa e di Passo Rolle. Poche immagini che trascinano emozioni innumerevoli, provate lungo le strade delle prealpi venete e delle Dolomiti in un fine settimana di Maggio, sospeso fra l’inverno appena concluso e l’estate rombante che si approssima.

Partiamo da Verona il venerdì mattina e a Rovereto abbandoniamo la Val d’Adige per inerpicarci nella Valle di Terragnolo, deserta e satura dei profumi della primavera. A Folgaria, saliamo ancora verso il poco pronunciato Passo Sommo fra campi di neve che si attardano a conservare le tracce degli sci e scendiamo a Lavarone per dirigerci rapidamente a Passo Vezzena e ad Asiago. Abbiamo fretta di arrivare in Valsugana, ma l’urgenza non ci impedisce di gustare l’altopiano splendente nel sole e le belle curve che scendono la Valgadena attraverso paesini sonnacchiosi dai nomi gutturali. A Primolano, rinunciamo alla tentazione di risalire la vecchia strada delle “scale” e usiamo il tunnel, meno suggestivo ma più rapido per inoltrarci nel feltrino. La SR50 del Monte Grappa e del Passo Rolle ci rallenta molto a causa del traffico pesante, cosa che non ci dispiace del tutto, dato che il fiume Cismon offre scorci veramente belli prima di essere imprigionato in una successione di impianti idroelettrici all’altezza di Lamon. A Fiera di Primiero, siamo premiati della fatica dalla vista del versante meridionale delle Pale di San Martino in cui spicca la Cima della Madonna con il suo spigolo vertiginoso: il Velo. Il pensiero già anticipa la vista del Civetta e del Pelmo e ci dirigiamo quindi a Passo Cereda per scendere nell’agordino e da lì nella Valle di Zoldo. L’avvicinamento al Passo Duran avviene all’ombra della Moiazza che incombe. Attraversiamo paesi in letargo che si ravviveranno solo con l’estate e giungiamo a Forcella Staulanza dove ci fermiamo ad ammirare il Monte Pelmo con le sue forme aggraziate. La Val Fiorentina e la Val Codalunga ci conducono a Passo Giau da cui fatichiamo a rimetterci in movimento, tale è l’incanto della Marmolada che spicca a sud contro un cielo corrucciato di nuvole e della conca di Cortina, illuminata dal sole a nord. Le curve che scendono a Pocol sono uno slalom da pennellare. Una svolta a sinistra per risalire in pochi chilometri al Passo Falzarego, mentre la luce si ammorbidisce, e da lì al Passo Valparola per scendere la Valparola in faccia alle Cunturines fino a San Cassiano dove abbiamo già prenotato l’albergo.

Il mattino successivo, usciamo dall’albergo che fa ancora freddo e la giacca pesante non lo è abbastanza e torniamo nella Valparola. Ieri sera l’abbiamo discesa un po’ distratti dalla stanchezza e gli occhi hanno bisogno di ritrovare le immagini solo intuite e non assaporate delle gialle pareti strapiombanti e del passo in cui il rifugio sembra essere ancora tale per i viandanti. Ripenso alla guerra di posizione combattuta qui sul Piccolo Lagazuoi, alla grande mina che nel 1917 lo ha sventrato e mi chiedo se gli enormi massi disseminati lungo la strada siano stati scagliati qui da quell’esplosione. Un paio di chilometri e siamo di nuovo a Passo Falzarego. Giriamo a destra e scendiamo nella Valle di Livinallongo lungo la statale 48 che nella parte alta sembra rubata alla montagna. I tornanti si susseguono fino a Cernadoi dove la strada si appiana e segue a media altezza la valle, tagliando a metà paesini che si attraversano con cautela, quasi col timore di invadere il salotto degli abitanti. Ad Arabba, abbandoniamo la ss48 e svoltiamo per Passo Campolongo che ci permette di scollinare in Val Badia. La strada è veloce e non c’è ancora nessuno. Mano a mano che ci avviciniamo a Corvara la massa imponente del Sassongher si distacca dal massiccio del Sella e ci fa individuare il passo successivo che separa i due gruppi: Passo Gardena. La strada si riempie di ciclisti e anche le motociclette sono numerose, ma la strada è veramente stupenda e la successione dei tornanti entusiasmante. Ci fermiamo ad ammirare la spaccatura della Val de Mesdì e il torrione del Pisciadù. Ma ogni angolo ti tenta a fermarti perché gli scorci cambiano sempre e vorresti non perderti nulla. Giunti al Passo, lo sguardo si divide fra il gruppo del Sassolungo che si staglia di fronte a noi e un folto gruppo di Vespa, giunto fin qui da Milano. Anche questo gruppo è una bella visione. Riprendiamo la strada e attraversiamo lungamente verso Passo Sella, forse quello che preferisco. La sua conformazione è tale che non è stato possibile cementificarlo come gli altri e quella crestina larga appena come la sede stradale, quasi un ponte levatoio, gli mantiene un connotato di alta montagna che gli altri passi hanno purtroppo perso. Un caffè e la sosta al bagno, una grattatina al collo del pastore tedesco che arreda il bar del passo e siamo pronti a ripartire. Le curve e i tornanti si susseguono, prima in discesa e poi in salita, verso Passo Pordoi e dopo quattro passi, ci sentiamo completamente a nostro agio nell’impostare la curva e nell’uscirne con una ripresa vigorosa. Se li ho contati bene, i tornanti del Pordoi sono ventotto da una parte e ventotto dall’altra e siamo ancora nella Valle di Livinallongo a ripercorrere la strada fino a Cernadoi per collegarci a quella che sale al Passo Fedaia. Alla Marmolada ci sono stato tanti anni fa e sono curioso di tornare ai piedi di quel grande ghiacciaio. La Val Pettorina, nonostante il centro turistico di Malga Ciapèla, mantiene il carattere austero di un luogo in cui vivere è difficile e solo temporaneo e anche le vette che la circondano sono aspre e scontrose. Il lago Fedaia è ancora ghiacciato, ma la temperatura è gradevole. Alla diga i motociclisti si affollano nei due o tre luoghi di ristoro aperti e ci sediamo a mangiare un panino di fronte al ghiacciaio. È ormai tempo di riprendere la via di casa che passa per Canazei e scende le strade di fondovalle di Fassa e di Fiemme.

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