Tre passi fuori casa

Ottobre. La statale 12 da Verona a Trento è sempre bella e divertente, anche se l’hai percorsa decine di volte. Naturalmente, lo è a partire dalla Chiusa di Ceraino, quella gola brevissima all’imbocco della Val d’Adige, in cui c’è spazio appena per il fiume e per la strada. Per un attimo, quando appare alto sulla sinistra il Forte di Rivoli, la storia si sospende e sembra di tornare indietro a quando qui correva il confine fra Regno d’Italia e Impero austro-ungarico. La strada è spesso poco trafficata e ti consente di farti cullare da curve e controcurve, intervallate da qualche bel rettilineo. Lo sguardo corre sulle pareti vicine e sulle montagne lontane nell’alternarsi della luce e dell’ombra. Da Rovereto in su, l’abitato prevale sulla campagna e la strada perde un po’ del suo fascino. Ieri, noi abbiamo deviato a Mattarello per la Val Sorda in direzione della Valsugana. La strada sale ripida e stretta fra campi di vigne e meleti in piena produzione con begli scorci su qualche villa di campagna e permette di evitare Trento e la confusione delle strade a scorrimento veloce. Dopo Vigolo Vattaro lo sguardo si apre sul Gruppo del Lagorai che ieri mattina appariva una macchia azzurra nella luce incerta fra sole e nuvole scure. Una discesa veloce verso Caldonazzo con il lago che brilla appena dopo le case di Calceranico. Le mele sugli alberi sono grosse e mature e il pensiero di riempirne il bauletto mi sfiora la mente, ma dove mettere le tute da acqua  ed il resto di cui l’abbiamo riempito a casa? Da Levico a Borgo Valsugana è una corsa sulla statale 47, anticipando già le stradine tranquille che prenderemo appena lasciato il fondovalle. Intanto, il sole brilla più deciso e ci riscalda un po’ la schiena. Da Borgo Valsugana a Strigno, facendo lo slalom fra i trattori che si spostano da casa al campo con i ritmi di chi deve lavorare tutto il giorno e non con i nostri che vogliamo macinare chilometri. Una pattuglia dei carabinieri proprio dietro ad un trattore ci obbliga a stare al passo per una decina di minuti, ma poi via: la strada sale a Pieve Tesino e poi più decisa verso Passo Brocon senza che nulla ci impedisca di tenere il ritmo che ci piace, mentre la Valsugana ci accompagna ormai lontana, in basso. La sorpresa è una mandria di mucche e vitelli che lemme lemme scende dai pascoli di montagna a valle sulla strada. Eh sì, l’inverno è ormai vicino e ce lo conferma il freddo che si infiltra sotto la giacca. La valle che sale a Passo Brocon è ampia e non particolarmente panoramica, ma non è la nostra meta; piuttosto, un passaggio obbligato per arrivare nella Valle di Primiero, se il tempo tiene. Ci fermiamo dunque appena il tempo di indossare qualcosa sotto la giacca e di scattare un paio di foto e poi giù di corsa verso Canal San Bovo in una valle vertiginosa, ma rallegrata dal sole che si è rinfrancato. Dal verde cupo del bosco a quello brillante dei prati, la strada scende e scende senza che si veda mai il fondo. Qualche motociclista, soprattutto tedesco, risale al contrario il pendio e siamo in fondo. Un lungo tunnel ci fa attraversare dal di sotto Passo Gobbera (ma ci va bene così perché abbiamo altri traguardi) ed eccoci a Fiera di Primiero. La strada per San Martino di Castrozza è fatta per grandi volumi di traffico e quindi oggi che non c’è nessuno ci permette di affrontarla con la manetta aperta sui rettilinei e nei tornanti. Aperta, ma non certo come quella degli smanettoni che ci superano alla velocità della luce. Attraversiamo San Martino che sembra una “ghost town”: tutto chiuso e non un’anima in giro. Questi posti hanno bisogno di un po’ di animazione, altrimenti mettono tristezza. Ma a noi importa poco, perché apriamo il gas sui tornanti lungo i quali è edificata e corriamo a Passo Rolle dove il sole ha scacciato quasi tutte le nubi dal Cimon della Pala; solo il becco sommitale rimane incappucciato. Un panino al bar (forse l’unico aperto) e poi prendiamo la stradina bianca per Baita Segantini (la sbarra è alzata). Alla baita, saremo stati in dieci persone: sei ciclisti e noi con le moto. Un silenzio che ti portava a sussurrare come in chiesa; il bastione ovest del gruppo delle Pale senza una nuvola; il laghetto della baita in cui si specchiava il cielo. Il sorriso ti riempie gli occhi ed il cuore. Lasciamo a malincuore questo paradiso in terra e voltiamo le moto verso Predazzo. La strada è bella e scende veloce come la mestizia che ti prende a lasciare questi luoghi. In Val di Fiemme che fare? Prendere la fondo valle fino ad Ora per tuffarsi nel traffico dell’autostrada? No, grazie. Via verso Passo del Manghen che tocchiamo quando la luce comincia a volgere all’imbrunire. Un caffè al bar di cui magari non abbiamo neppure voglia, ma serve comunque a prolungare la giornata perfetta e poi di corsa in Valsugana da cui eravamo partiti. Ancora, Caldonazzo, Vigolo Vattaro, Mattarello, Rovereto che raggiungiamo quando la luce si è fatta azzurra e la Val d’Adige che chiudiamo dietro di noi alla Chiusa di Ceraino. Una bella giornata e quattrocento chilometri che sento tutti appena mi siedo a levarmi le scarpe.

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